La toccata e fuga della stampa sarda: il giornalismo ridotto a comparsata
C’è una certa stampa sarda – non tutta, per carità, ma abbastanza da fare tendenza – che alle conferenze si presenta come un turista in aeroporto: check-in, due foto ricordo, un’intervista striminzita e via, direzione redazione, possibilmente prima che cominci la parte noiosa, cioè i lavori veri.
Arrivano con l’aria di chi sta facendo un favore al mondo. Due domande fotocopia, spesso lette dal taccuino come un compito delle medie, senza un’idea, senza una curiosità autentica, senza aver capito di cosa si stia parlando. Poi, prima ancora che il dibattito entri nel vivo, ecco la fuga strategica: titolo già deciso, pezzo già scritto nella testa, meglio se identico a quello dell’anno scorso.
Ma cosa diamine si può raccontare con questo approccio? Quale informazione può nascere da un giornalismo che scambia la presenza per partecipazione, la chiacchiera per contenuto, il comunicato stampa per verità rivelata?
È un piccolo mondo antico, popolato da professionisti stanchi prima ancora di cominciare, convinti che basti mettere il piede in sala per meritarsi la qualifica di cronisti. Gente che confonde l’arroganza con l’autorevolezza, l’ignoranza con la sintesi, la superficialità con la velocità. Non seguono i lavori, non ascoltano le relazioni, non si sporcano le mani con la complessità. E poi pretendono di “spiegare” ai lettori quello che non hanno avuto neppure la pazienza di capire.
Il risultato è un’informazione piatta come un tavolino dell’autogrill: titoli intercambiabili, frasi fatte, virgole messe a casaccio e un vuoto pneumatico dove dovrebbe esserci l’analisi. Si riduce tutto a due virgolette raccattate al volo, magari neppure contestualizzate, buone solo a riempire uno spazio tra la pubblicità e l’oroscopo.
Così si sminuisce il senso stesso del giornalismo, che dovrebbe essere presenza, studio, fatica e dubbio. Restare fino alla fine, fare domande scomode, capire i passaggi tecnici, raccontare ciò che non è evidente. Non scappare come studenti che hanno paura dell’interrogazione.
La Sardegna meriterebbe cronisti curiosi, non passanti col tesserino; narratori capaci di restituire la complessità dell’isola, non stenografi di comunicati; professionisti che considerino una conferenza un luogo di lavoro e non un pit-stop.
Invece ci ritroviamo con questo teatrino stanco, dove l’importante è farsi vedere, non vedere davvero.
Foto di Robert Owen-Wahl da Pixabay.com
