10 Giugno 2026
Sardegna

La Sardegna senza imprenditori giovani: colpa dei bandi, della burocrazia e di chi fa formazione vivendo di fondi pubblici

Il Centro Studi di Confindustria Sardegna ha pubblicato ieri un report che fotografa con precisione chirurgica un’emorragia che in pochi sembravano voler nominare ad alta voce: in dieci anni, le imprese guidate da under 35 nell’isola sono passate da 17.491 a 12.845. Quasi cinque mila imprese giovanili evaporate. Un calo del 27%, peggiore della già deprimente media nazionale.

Il problema che il report non dice.

Perché un giovane sardo non apre un’impresa? La risposta che manca nel rapporto , e che chiunque abbia provato a farlo conosce benissimo , è brutalmente semplice: non ha i soldi. E non ha chi gli fa da garante.

In Sardegna, come nel resto del Mezzogiorno, il sistema di sostegno all’imprenditorialità giovanile ruota da decenni attorno a una galassia di bandi a fondo perduto , regionali, nazionali, europei , che sulla carta sembrano opportunità straordinarie e nella pratica si rivelano percorsi ad ostacoli progettati, consapevolmente o meno, per escludere esattamente chi ne avrebbe più bisogno.

Vuoi accedere a un contributo? Devi dimostrare una quota di cofinanziamento privato. Non hai capitali propri? Serve un garante. Non hai un garante? Arrangiati. Il giovane sardo senza patrimonio familiare alle spalle , che è la stragrande maggioranza , si trova davanti a un muro. I bandi esistono, i fondi pure, ma si resta fuori.

Milioni per la formazione. Zero euro per chi davvero vuole fare impresa.

Il paradosso più grottesco, però, è un altro. Mentre i giovani non riescono ad accedere ai capitali per avviare attività concrete, ogni anno vengono spesi milioni di euro in percorsi di formazione imprenditoriale per “aspiranti imprenditori”. Corsi, workshop, bootcamp, acceleratori, incubatori, seminari sulla cultura d’impresa, laboratori sul pensiero creativo applicato al business. Dalle parti dell’Aspal e di Sardegna Ricerche, giusto per fare qualche nome concreto, è un profluvio di iniziative e alzate di ingegno dai nomi altisonanti e anglosassoni. Ma, nei fatti, si conclude tutto in un triste (quanto retorico) “happy ending”.

Chi li gestisce? Nella stragrande maggioranza dei casi, enti, associazioni e soggetti formativi che non hanno mai aperto un’impresa in vita loro. Strutture che vivono , prosperano, anzi , grazie ai contributi pubblici, agli affidamenti diretti sotto soglia, con un occhio fisso ai bandi e l’altro mai davvero rivolto al mercato. Forti di quella rendita garantita, vanno a spiegare ai giovani come si fa impresa. I paradossi! Senza contare che non c’è una solida azione di monitoraggio sul rapporto fondi pubblici spesi in formazione, imprese aperte. E poi ci sono i casi di disinformazione messi su con lo sputo dalla Regione Sardegna.

Il risultato di questo sistema è che i fondi pubblici destinati allo sviluppo imprenditoriale giovanile finiscono per finanziare un ecosistema parallelo , fatto di formatori, consulenti, facilitatori e animatori territoriali , che sulla carta serve i giovani e nella realtà serve sé stesso. Un circuito chiuso, autoreferenziale, che si riproduce a ogni programmazione europea senza produrre imprese vere.

Confindustria si sveglia tardi?

Oggi Confindustria Sardegna si interroga sul perché manchi il ricambio generazionale nelle imprese dell’isola. È una domanda legittima. Sarebbe stata più efficace vent’anni fa.

Perché se anche dalle associazioni datoriali , che pure hanno peso politico, relazioni istituzionali e capacità di influenzare le agende regionali e nazionali , fosse arrivata nel tempo una visione d’insieme più coraggiosa, forse oggi si potrebbe parlare di politiche davvero disruptive invece che di report che descrivono un declino già consumato e irrecuperabile.

Politiche che avrebbero potuto, ad esempio, spingere per un accesso al credito realmente garantito dallo Stato senza richiedere controgaranzie impossibili. O per un sistema di incentivi che premiasse chi apre e cresce, invece di chi compila meglio i moduli. O per una riforma radicale del mondo della formazione finanziata con fondi pubblici, subordinando i contributi agli enti a risultati misurabili in termini di imprese nate e sopravvissute.

Il nodo vero: il capitale di avvio e un mercato piccolo.

Il report di Confindustria cita giustamente la necessità di agire su “accesso al credito, capitalizzazione, competenze manageriali e digitali”. Sono le parole giuste. Ma restano parole se non si aggredisce il problema alla radice: un giovane sardo che non eredita nulla e non ha un genitore da mettere come garante non può aprire un’impresa, indipendentemente da quanta voglia, quante idee e quanti corsi di formazione abbia alle spalle.

Finché questo nodo non verrà sciolto , con strumenti veri, non con altri bandi inaccessibili , il ricambio imprenditoriale resterà un’aspirazione da convegno.

foto Sardegnagol riproduzione riservata