16 Aprile 2026
Sardegna

La salute degli italiani: l’Istat ripercorre 160 anni di trasformazioni sanitarie in Italia

Nel 1872 l’Italia era tra i Paesi europei con la speranza di vita più bassa del continente: appena 29,8 anni. Francia, Svezia e Norvegia si collocavano già tra i 40 e i 50 anni. Oggi l’Italia è tra le nazioni più longeve al mondo, con 83,4 anni di aspettativa di vita alla nascita. Questo straordinario balzo in avanti è il tema al centro di “La salute: una conquista da difendere”, il documento pubblicato dall’Istat nella collana Le trasformazioni dell’Italia, che attraverso dati storici e rilevazioni recenti restituisce un quadro affascinante e complesso dell’evoluzione della salute degli italiani.

Dal colera alla multimorbilità: la transizione epidemiologica.

Il punto di partenza è drammatico. Nell’Italia post-unitaria la mortalità infantile sfiorava 230 decessi ogni mille nati vivi (1863), un dato paragonabile alla Spagna e all’Austria dell’epoca, mentre i paesi nordici erano già molto più avanti. Le cause erano facilmente individuabili: malnutrizione, condizioni igienico-sanitarie precarie, acqua non potabile, analfabetismo diffuso. Le principali minacce per la vita erano malattie infettive come colera, tubercolosi e malaria, che nel 1881 rappresentavano circa il 30% di tutti i decessi.

Il declino della mortalità è stato lento ma inesorabile, interrotto solo dalle due guerre mondiali e dalla pandemia influenzale del 1918-1919, la cosiddetta “spagnola”, che triplicò la mortalità per malattie infettive. L’arrivo dei sulfamidici negli anni Trenta e degli antibiotici nel dopoguerra accelerò la svolta: già dagli anni Novanta le malattie infettive rappresentavano appena l’1% dei decessi totali. Nel 2023, la mortalità infantile è scesa a 2,7 per mille nati vivi, uno dei valori più bassi al mondo.

Con la scomparsa delle grandi epidemie ha però preso piede un fenomeno nuovo: l’aumento delle malattie cronico-degenerative. I tumori sono passati dal 2-3% dei decessi a fine Ottocento al 26,3% nel 2023; le malattie cardiovascolari dal 6-8% al 30%, diventando dalla seconda metà del Novecento la principale causa di morte.

L’età mediana alla morte: da 5-10 anni a oltre 80.

Uno degli indicatori più eloquenti del rapporto è l’età mediana alla morte, l’età alla quale si concentra la metà dei decessi. Nella seconda metà dell’Ottocento, a causa dell’altissima mortalità infantile, questo valore si collocava tra i 5 e i 10 anni. Supera i 65 anni solo nel dopoguerra. Nel 2023 è pari a 81,6 anni per i maschi e 86,3 per le femmine.

Questo progresso, però, non è distribuito uniformemente sul territorio. Il divario tra Nord e Sud rimane significativo: l’età mediana alla morte va da meno di 82 anni in Campania a oltre 86 nelle Marche. Tra il 1990 e il 2023, la mortalità standardizzata per età è diminuita del 43% tra gli uomini e di quasi il 40% tra le donne, ma la riduzione è stata molto più marcata al Centro-Nord, in alcune regioni superiore al 50%, rispetto al Mezzogiorno, dove si è fermata intorno al 35%.

Nel 2023, per la prima volta, le mappe della mortalità maschile e femminile si sovrappongono: entrambe mostrano i livelli più elevati nel Sud, con Campania e Sicilia nettamente distanziate dal resto del Paese. A pesare non è solo il territorio: tra gli adulti di almeno trent’anni, chi ha un basso livello di istruzione presenta una mortalità circa il 40% più elevata rispetto ai laureati.

Come si sentono gli italiani: meno malati ma più cronici.

La percezione soggettiva dello stato di salute è un indicatore che l’Istat monitora da decenni. I risultati sono nel complesso positivi: la quota di persone che si dichiara in cattiva salute è calata dall’8% del 1995 al 5,5% nel 2025, e si è più che dimezzata correggendo per l’effetto dell’invecchiamento della popolazione. I progressi più significativi riguardano proprio i grandi anziani: tra gli uomini di 85 anni e più, la percentuale di chi si dichiara in cattiva salute è passata dal 39,5% al 17,2%.

Sul fronte delle patologie croniche, il quadro è più articolato. La multimorbilità, la presenza contemporanea di due o più malattie croniche nella stessa persona, riguarda oggi circa 13 milioni di italiani (erano 10,3 milioni nel 1993), di cui il 39% over 75. L’invecchiamento della popolazione spiega in parte questo aumento, ma non del tutto: anche al netto della demografia, la prevalenza si sposta verso fasce d’età sempre più anziane, con una diminuzione tra gli adulti e i giovani anziani (65-74 anni) e un aumento solo dopo i 75.

Preoccupa la crescita del diabete, che interessa oggi il 6,4% della popolazione (era il 2,9% nel 1980), e dell’ipertensione, salita dal 6,4% al 18,9% nello stesso arco temporale. In quest’ultimo caso, miglioramenti diagnostici e nuove soglie di riferimento spiegano parte dell’incremento, ma gioca un ruolo anche l’adozione di stili di vita poco salutari.

Di segno opposto la tendenza per artrosi e artrite, quasi dimezzate al netto dell’invecchiamento, e per le malattie legate al fumo: la bronchite cronica colpiva oltre 4 milioni di italiani nel 1980, oggi ne riguarda 2 milioni.

Fumo e obesità: progressi a metà.

Sugli stili di vita il bilancio è positivo solo in parte. Sul fronte del tabacco, la riduzione tra gli uomini è stata radicale: nel 1980 fumava oltre la metà dei maschi di 14 anni e più (54,3%), quota scesa al 22,9% nel 2025. Tra le donne, invece, il calo è stato minimo: dal 16,7% al 15,9%. La disuguaglianza sociale si è invertita: se in passato le fumatrici erano più istruite ed emancipate, oggi il fumo è più diffuso tra chi ha un basso titolo di studio, per entrambi i sessi.

Un fenomeno emergente riguarda i giovani: nel 2025, il 16,5% dei 18-34enni combina sigaretta elettronica e tabacco riscaldato, prodotti alternativi che si stanno diffondendo rapidamente. Nel confronto europeo, l’Italia si colloca leggermente al di sotto della media Ue per quota di fumatori abituali.

Sull’obesità il quadro è più preoccupante. La prevalenza negli adulti è quasi raddoppiata, passando dal 5,9% nel 1990 all’11,6% nel 2025, con un divario crescente a svantaggio degli uomini, delle persone con bassa istruzione e dei residenti nel Mezzogiorno. Nonostante questo, i livelli italiani restano tra i più contenuti nell’Unione europea. Il vero campanello d’allarme riguarda però i bambini e gli adolescenti: i tassi di obesità e sovrappeso in età evolutiva sono in Italia molto più elevati rispetto alla media europea, prefigurando un problema di salute pubblica per le prossime generazioni.