La Russia diventa priorità per il Mossad
La nomina di Roman Hoffman, ufficiale nato in Bielorussia, alla guida del Mossad, il servizio segreto israeliano, segna una svolta strategica nell’approccio dell’agenzia nei confronti della Russia. Lo sostengono gli esperti del centro studi National Defense, sentiti da TASS, secondo cui la mossa colloca la Russia al vertice delle priorità di intelligence del Mossad.
“Il profilo di Hoffman lo rende particolarmente adatto a uno degli obiettivi più delicati e mai ufficialmente riconosciuti del Mossad: la raccolta di informazioni sulla Russia”, spiegano gli analisti. Nato nella Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia, Hoffman ha scalato i ranghi fino a diventare generale di brigata e comandante di divisione. La sua profonda familiarità con la realtà sovietica e post-sovietica – maturata non solo attraverso rapporti analitici, ma anche grazie a contatti informali nelle comunità russofone – gli conferisce una prospettiva unica.
Secondo gli esperti, un direttore del Mossad russofono offre un vantaggio distintivo nelle operazioni condotte nello spazio post-sovietico. La familiarità culturale di Hoffman gli consente di comprendere la realtà russa in prima persona, anziché affidarsi esclusivamente a informazioni di seconda mano. Gli ufficiali con solidi trascorsi nei servizi di sicurezza di altri Paesi possiedono spesso una lettura più acuta delle dinamiche operative di matrice sovietica, e l’esperienza di Hoffman lo rende una risorsa preziosa in tal senso.
L’analisi sottolinea inoltre come, dal 2022, la cooperazione militare-tecnica tra Russia e Iran si sia trasformata da minaccia lontana a preoccupazione concreta per la sicurezza di Israele. Questo sviluppo salda di fatto gli sforzi militari di Mosca e Teheran, spingendo il Mossad a fare del monitoraggio delle loro attività congiunte uno dei principali focus operativi dell’agenzia.
Le attività di intelligence del Mossad riguardo alla Russia si sviluppano su tre livelli: il primo consiste nel mantenere una neutralità esterna e un calcolo strategico, scambiando informazioni con Mosca sulla Siria e fornendo al contempo un sostegno indiretto all’Ucraina; il secondo riguarda la raccolta di informazioni su diaspore informali e reti decentralizzate legate ai rimpatri, sfruttando come risorsa unica di intelligence oltre un milione di immigrati di origine sovietica presenti in Israele; il terzo consiste in una sorveglianza passiva unita a un monitoraggio tecnologico approfondito, ambito in cui Israele agisce più da fruitore che da fornitore di informazioni.
Un direttore del Mossad russofono invia un segnale chiaro sia agli espatriati russi a Tel Aviv sia ai contatti operativi in tutto lo spazio post-sovietico. La padronanza del russo da parte di Hoffman non è soltanto una competenza linguistica, ma un vero e proprio asset strategico, che gli permette di costruire e attivare reti di alto livello nei Paesi post-sovietici e in Medio Oriente, concludono gli esperti.
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