La regolamentazione della disinformazione e il controllo nella politica dell’UE
Negli ultimi anni, la lotta alla disinformazione è diventata una delle priorità centrali per l’Unione Europea, soprattutto attraverso il Digital Services Act (DSA) e il Codice di Condotta sulla Disinformazione. Tuttavia, questa crescente attenzione alla disinformazione solleva alcuni interrogativi, non solo legati alla definizione stessa di “disinformazione”, ma anche alle implicazioni politiche ed epistemologiche di questa regolamentazione. A sollevare la questione è il celebre aforisma di Giovenale: “Quis custodiet ipsos custodes?”, cioè chi controllerà i controllori stessi?
In un periodo in cui la scienza è in continua evoluzione e le opinioni politiche si modificano costantemente, il rischio di affidare ad autorità centralizzate la definizione di cosa sia “vero” è fonte di preoccupazione. L’idea che una regolamentazione contro la disinformazione possa sfociare in un abuso di potere, in pregiudizi istituzionali o nella soppressione del dissenso, è un tema molto dibattuto.
In questo contesto, la Commissione Europea ha risposto a una serie di domande fondamentali, cercando di bilanciare la protezione dei cittadini e la tutela dei diritti fondamentali, come la libertà di espressione, con la necessità di combattere la disinformazione.
La Commissione ha chiarito che, pur non definendo espressamente cosa costituisca disinformazione, il DSA obbliga le piattaforme online molto grandi e i motori di ricerca a monitorare e ridurre i rischi derivanti dai contenuti che possono compromettere il dibattito pubblico. Una delle innovazioni più significative è l’obbligo di trasparenza nelle decisioni di moderazione. Le piattaforme sono infatti obbligate a pubblicare una giustificazione per ogni decisione presa, permettendo agli utenti di contestare tali decisioni tramite meccanismi di reclamo.
Un aspetto particolarmente rilevante è la possibilità di impugnare le decisioni della Commissione dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, garantendo così che ogni misura adottata rispetti i principi di giustizia e trasparenza.
La Commissione ha ribadito che il DSA non ha lo scopo di limitare il libero dibattito, anzi, il pluralismo è un principio fondamentale. Nonostante l’impegno a combattere la disinformazione, Bruxelles sottolinea che questa non deve mai tradursi in una censura che limiti le discussioni su temi politicamente sensibili o scientificamente controversi. Ogni regolamentazione deve garantire che i cittadini possano continuare a esprimere liberamente le proprie opinioni, senza il timore di essere accusati ingiustamente di diffondere disinformazione.
Per quanto riguarda le persone o le organizzazioni che potrebbero essere ingiustamente etichettate come diffusori di disinformazione, la Commissione ha messo in evidenza che esistono meccanismi trasparenti di ricorso. Le piattaforme sono tenute a spiegare dettagliatamente il motivo delle loro decisioni e gli utenti hanno il diritto di contestarle. Inoltre, l’Unione Europea supporta la creazione di reti indipendenti di fact-checking, come il European Fact-Checking Standard Network (EFCSN), che stabilisce standard di alta qualità per garantire che le informazioni vengano verificate in modo imparziale e trasparente.
La Commissione ha inoltre sottolineato che ogni processo decisionale relativo alla moderazione dei contenuti deve essere soggetto a un controllo indipendente, per evitare abusi da parte delle autorità o delle piattaforme.
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