La realpolitik dei parvenu: il Governo Meloni e la guerra in Iran
C’è un’arte sottile, praticata con crescente imbarazzo dai governi che si scoprono dalla parte sbagliata della storia, che consiste nel dire tutto senza dire niente. Il Governo Meloni l’ha elevata, in queste ore convulse, a forma suprema di comunicazione istituzionale.
USA e Israele hanno attaccato l’Iran. Teheran – è utile ricordarlo con la noiosa ostinazione dei fatti – non aveva lanciato alcun missile prima di essere colpito. Ha risposto dopo. Eppure, dalla Presidente del Consiglio ai suoi due fidati vicepremier, dal Palazzo Chigi alla Farnesina, il lessico ufficiale italiano sembra scritto da qualcuno con una vaga allergia alla parola “aggressore”.
Salvini e la grande rivelazione: “Chi ha intervenuto ha fatto bene”.
Iniziamo da Matteo Salvini, che come sempre ha il pregio della franchezza, anche quando la franchezza gli spara sui piedi.
Il vicepremier lo dice esplicitamente: “Chi è intervenuto in Iran ha fatto bene”, perché “è sempre meglio la diplomazia” ma “con certa gente deve essere accompagnata da altro”.
Traduzione: la diplomazia va bene, ma ogni tanto ci vuole una bella bomba. Clausewitz sarebbe fiero. Kant, meno.
Notare la perla lessicale “certa gente”. Una categoria giuridica di straordinaria precisione, degna di un manuale di diritto internazionale. “Certa gente” – si intende, un Paese sovrano con 90 milioni di abitanti – meritava di essere attaccata preventivamente perché, secondo la “certezza” americana sul nucleare, stava avvicinandosi alla bomba. Non l’aveva. Non l’aveva usata. Si stava avvicinando. Il principio della guerra preventiva, che il mondo aveva già avuto modo di apprezzare in Iraq nel 2003 – con le famose armi di distruzione di massa poi mai trovate – torna dunque in auge, e Salvini lo benedice con l’entusiasmo di chi non ricorda, o non vuole ricordare i danni creati dalla “dottrina Cheney”.
Dettaglio non secondario: il leader del Carroccio ha ammesso candidamente che l’Italia “è stata avvertita ad attacco cominciato”. Alleati, dunque, ma solo nel senso che ci informano quando hanno già deciso. Sovranismo geopolitico nella sua forma più cristallina in altre parole.
Tajani e la colpa della vittima.
Antonio Tajani, che del Governo è la voce più diplomaticamente attrezzata, sceglie la strada della giustificazione ragionata. Più sottile. Non meno inquietante.
“L’irrigidimento” di Teheran “ha provocato la reazione, perché Israele e gli Stati Uniti intravedevano un pericolo per la loro sicurezza”, spiega il ministro degli Esteri. Poi aggiunge, dopo la call del G7 con il segretario di Stato Rubio, che “non essendoci elementi chiari della volontà iraniana di fare marcia indietro” sull’atomica, “è ovvio che poi la situazione è degenerata”.
Ovvio. Ci mancherebbe. Se un Paese non si piega alle richieste di due altri Paesi (USA e Israele) che non gradiscono le sue politiche interne, è ovvio che venga bombardato. Una logica cristallina, che applicata con coerenza aprirebbe scenari affascinanti per la diplomazia globale.
Tajani usa anche la parola “intravedevano”. Non vedevano: intravedevano. Un’azione militare su larga scala basata su una visione periferica. Oftalmologia geopolitica applicata al diritto internazionale.
Meloni e il capolavoro dell’ambiguità.
Giorgia Meloni, da leader consumata, sceglie la via maestra: non dire nulla che possa essere citato contro di lei, ma non dire nulla che possa urtare Washington e Tel Aviv.
Il comunicato di Palazzo Chigi parla di “sicurezza dei cittadini italiani presenti in Medio Oriente” – sacrosanto – e di impegno “per l’allentamento delle tensioni”. Non una parola sull’aggressione. Non una parola sul diritto internazionale violato. Non una parola sulla sovranità di uno Stato membro dell’ONU bombardato da altri due Stati senza mandato del Consiglio di Sicurezza.
La nota ufficiale di Palazzo Chigi sull’escalation, si apprende, non fa nemmeno riferimento all’operazione avviata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Un esercizio di evaporazione lessicale degno di un dottorato in comunicazione istituzionale.
La realpolitik dei principianti.
C’è un termine nobile, “realpolitik”, che descrive la capacità dei leader di anteporre gli interessi concreti dello Stato alle considerazioni morali astratte. Bismarck la praticava. Kissinger l’ha teorizzata. Il Governo Meloni ne fa una versione impoverita: non gli interessi dell’Italia – che non è stata nemmeno avvertita in anticipo dell’attacco – ma la fedeltà vassallatica a chi decide senza chiederci nulla.
Basti confrontare il tono italiano con quello spagnolo: Pedro Sanchez ha dichiarato “rifiutiamo l’azione militare unilaterale di Stati Uniti e Israele, che comporta una escalation e contribuisce a un ordine internazionale più incerto e ostile”, chiedendo al contempo il rispetto del diritto internazionale. Una posizione netta, equilibrata, che condanna tanto l’attacco quanto le provocazioni iraniane, senza abdicare alla chiarezza morale.
L’Italia? Troppo impegnata a contare gli italiani bloccati a Dubai per chiedersi se bombardare uno Stato sovrano senza mandato ONU costituisca, tecnicamente, una violazione del diritto internazionale. Che poi è il fondamento su cui si reggono le stesse democrazie occidentali che il governo dice di voler difendere.
Il problema che nessuno vuole nominare.
Uccidere Khamenei – leader di un regime duro, repressivo, certamente non amico dei diritti umani – non è un crimine meno grave perché la vittima è antipatica. Il diritto internazionale, con la sua fastidiosa universalità, vale anche per i cattivi. Anzi, vale soprattutto quando è scomodo applicarlo.
I leader delle democrazie mature lo sanno. Lo sanno i giuristi, lo sanno i diplomatici di carriera, lo sa chiunque abbia aperto un manuale di relazioni internazionali dopo il 1945. Esultare – o anche solo tacere complici – per l’eliminazione fisica della classe dirigente di uno Stato sovrano, senza processo, senza mandato, senza autorizzazione internazionale, ci avvicina pericolosamente a quei metodi che diciamo di voler combattere.
Non è pacifismo ingenuo. È il riconoscimento che le regole del gioco internazionale, quando vengono abbandonate dai più forti, diventano carta straccia per tutti. E l’Italia – Paese medio, senza deterrente nucleare, senza proiezione militare globale – ha tutto l’interesse che quelle regole restino in piedi.
Ma spiegarlo richiederebbe una classe dirigente capace di pensiero strategico autonomo. Per ora, ci accontentiamo di chi aspetta la telefonata di Washington per sapere cosa pensare.
foto governo.it, licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT
