17 Luglio 2026
Sardegna

La pelle come spia del cervello: nuovi studi puntano su screening cutanei per anticipare l’Alzheimer

Osservare la pelle per intercettare i primi segnali di una malattia che si sviluppa nel cervello: è questa l’ipotesi su cui si stanno concentrando diversi gruppi di ricerca internazionali, convinti che parametri come l’acidità cutanea, il livello di idratazione e la vascolarizzazione possano fornire indizi preziosi sulla presenza di neuroinfiammazione, la fase iniziale e potenzialmente reversibile che precede il danno neurodegenerativo tipico dell’Alzheimer.

A spiegare il razionale scientifico di questa connessione è Arianna Di Stadio, docente di Otorinolaringoiatria all’Università degli Studi Link e ricercatrice onoraria presso il laboratorio di neuroinfiammazione dell’UCL Queen Square Institute of Neurology di Londra, tra i centri di riferimento mondiali per le malattie del sistema nervoso. Secondo l’esperta, pelle e cervello condividono la stessa origine embrionale, derivando entrambi dall’ectoderma durante lo sviluppo fetale, e sono entrambi estremamente sensibili ai neurotrasmettitori. Non solo: condizioni come stress e ansia, già note per il loro legame con la neuroinfiammazione, sono in grado di innescare reazioni visibili sulla pelle attraverso l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e il conseguente rilascio di cortisolo.

A sostegno di questa ipotesi, Di Stadio cita tre ricerche pubblicate negli ultimi anni. Un lavoro del 2023 apparso sull’International Journal of Molecular Science avrebbe individuato differenze misurabili tra la pelle di pazienti con Alzheimer e quella di soggetti sani, in particolare su acidità, vascolarizzazione e idratazione, parametri che risulterebbero inoltre sensibili a specifici trattamenti farmacologici. Un secondo studio, pubblicato su Jama Neurology e condotto su oltre 300 campioni cutanei, avrebbe rilevato la presenza di alfa-sinucleina esclusivamente nella pelle di pazienti con patologie neurodegenerative, suggerendo che un esame istologico cutaneo potrebbe in futuro contribuire alla diagnosi. Un terzo studio, uscito su Scientific Reports su un campione di oltre 2000 persone, avrebbe individuato possibili marcatori precoci di neurodegenerazione analizzando l’autofluorescenza della pelle, legata all’accumulo di prodotti di glicazione con effetto infiammatorio. Si tratta, sottolinea la ricercatrice, di risultati ancora preliminari ma incoraggianti.

Il punto, secondo Di Stadio, è che le fasi iniziali delle malattie neurodegenerative sono dominate da una componente neuroinfiammatoria, più facilmente trattabile rispetto al danno neurodegenerativo già instaurato. Poter disporre di uno screening basato sui parametri cutanei permetterebbe quindi, in teoria, di intervenire molto prima, in un momento in cui la patologia sarebbe ancora reversibile o comunque più gestibile. L’esperta ricorda che la medicina dispone già di molecole anti-neuroinfiammatorie efficaci e sicure, le stesse impiegate in passato per il trattamento del Long Covid, potenzialmente utilizzabili anche per agire precocemente sulla progressione delle patologie neurodegenerative.

Di fronte a un quadro demografico che nei prossimi vent’anni vedrà crescere il numero di casi di demenza, Di Stadio guarda con cautela ma anche con fiducia ai possibili sviluppi della ricerca, inclusi gli strumenti basati sull’intelligenza artificiale, capaci in futuro di analizzare con precisione i parametri cutanei , soprattutto a livello del viso , per identificare i biomarcatori più precoci di queste malattie. Un campo, conclude la ricercatrice, in cui la collaborazione tra neurologia e dermatologia potrebbe rivelarsi decisiva.