La memoria corta di Biden: “Non siamo una nazione che uccide i propri cittadini”.
Joe Biden, (lo stesso che ha salvato il figlio dal gabbio) riscopre l’indignazione morale e si accoda a Barack Obama e Bill Clinton nella condanna della brutalità dell’Ice a Minneapolis. Una presa di posizione solenne, affidata a un post su X, che suona però come l’ennesimo esercizio di retorica tardiva di una politica più abile nel commentare gli scandali che nel prevenirli.
“Ciò che si è verificato a Minneapolis nell’ultimo mese tradisce i nostri valori più fondamentali come americani”, scrive il presidente. Un’affermazione perentoria che riecheggia il lessico dell’America ideale — ma che sembra ignorare una lunga scia di violenze, abusi e promesse di riforma rimaste incompiute.
“Non siamo una nazione che abbatte a colpi d’arma da fuoco i propri cittadini per strada. Non siamo una nazione che permette la brutalizzazione di chi esercita i propri diritti costituzionali. Non siamo una nazione che calpesta il Quarto Emendamento e tollera che i suoi cittadini vengano terrorizzati”, insiste Biden.
Parole forti, altisonanti, perfette per un discorso solenne. Peccato che la realtà americana continui a raccontare una storia diversa.
I casi sotto Biden: indignazione a intermittenza.
Durante la presidenza Biden (dal 2021), si sono verificati casi eclatanti di cittadini uccisi durante interventi delle forze dell’ordine, alcuni dei quali hanno provocato proteste nazionali e ondate di indignazione pubblica — senza però raggiungere l’impatto simbolico globale del caso sfortunato di George Floyd.
Tyre Nichols, vale la pena ricordarlo ai democratici, rappresenta il caso più emblematico dell’era Biden. Nichols è morto, infatti, nel 2023 dopo un violento pestaggio da parte di cinque agenti di polizia durante un controllo stradale. Ancora, Patrick Lyoya, colpito a morte durante un controllo stradale. Il caso, documentato da video, ha alimentato accuse di profilazione razziale e ha riacceso il dibattito sull’impunità delle forze dell’ordine. Un problema, quindi, che non nasce e non morirà con Donald Trump.
Questi episodi dimostrano che la violenza della polizia negli Stati Uniti non è un incidente isolato né un’eredità di un singolo presidente, ma un problema strutturale e trasversale, che sopravvive a cambi di amministrazione, promesse elettorali e cicli mediatici.
L’America politica continua a oscillare tra cordoglio rituale e amnesia strategica: ogni nuova tragedia riaccende per qualche giorno la furia pubblica, salvo poi essere archiviata in nome della stabilità, del consenso o della convenienza.
Nel frattempo, decine di altre morti in circostanze simili restano fuori dai riflettori, prive di clamore, senza hashtag, senza marce, senza la “fortuna” — se così si può chiamare — di trasformarsi in un trend utile al marketing dell’attivismo americano, spesso rumoroso ma povero di risultati concreti.
foto Copyright European Union
