La Libia nega l’ingresso al Commissario europeo Magnus Brunner… e l’Ue stacca oltre 700 milioni di euro.
Lo scorso 8 luglio, con il respingimento del commissario europeo per gli Affari interni e la Migrazione, Magnus Brunner, l’Ue riceveva l’ennesimo schiaffo da un Paese extra europeo – notoriamente foraggiato dalla democratica Ue per contenere (per lo meno sulla carta) i movimenti migratori dal Nord Africa -. L’esponente dell’Esecutivo europeo, insieme a ministri dei Paesi Ue, nell’occasione era stato anche dichiarato persona non grata dalle autorità locali.
L’episodio, “senza precedenti”, è avvenuto in uno dei Paesi che più beneficiano dei fondi europei per la gestione dei flussi migratori, con trasferimenti superiori a 700 milioni di euro dal 2015 ad oggi.
Una politica che paga, ma non ottiene risultati.
L’incidente rappresenta un duro colpo per Bruxelles, che da anni finanzia Tripoli nel tentativo di contenere la migrazione irregolare verso l’Europa.
Nonostante gli ingenti investimenti, la situazione in Libia rimane instabile: il traffico di esseri umani continua, i centri di detenzione restano teatro di abusi e violazioni dei diritti umani, e gli accordi politici faticano a consolidarsi.
Sul tema, l’eurodeputata Petra Steger (PfE), insieme a Mary Khan (ESN), ha depositato un’interrogazione scritta alla Commissione europea, definendo (a ragione) la vicenda “il simbolo del totale fallimento della politica migratoria europea”. “Paghiamo regimi instabili e corrotti per fermare i migranti al posto nostro – denunciano – ma i risultati sono inesistenti e l’Europa perde credibilità mentre i cittadini europei pagano il conto”.
Le solite risposte evasive della Commissione di Ursula.
Interpellato sul caso, il commissario Brunner ha fornito una risposta formale, cercando di minimizzare la portata dell’incidente. Secondo Bruxelles, la missione ha portato a “colloqui fruttuosi” con il governo riconosciuto di Tripoli, anche se gli incontri previsti a Bengasi sono stati cancellati.
La Commissione ha poi ribadito “la volontà di continuare la cooperazione con tutti gli attori libici” per il rafforzamento della gestione delle frontiere, la lotta al traffico di migranti e il miglioramento della protezione dei rifugiati.
Ma nessuna risposta chiara è arrivata sulle conseguenze politiche o finanziarie dell’umiliazione subita dal commissario.
A Bruxelles la credibilità vacilla.
Nonostante la gravità dell’episodio, la Commissione non ha annunciato alcuna sospensione dei fondi destinati alla Libia.
Un silenzio che alimenta le critiche di chi accusa l’UE di piegarsi ai partner esterni – e dal bassissimo contenuto democratico – pur di salvare la facciata di una politica migratoria inefficace.
L’Europa, che predica diritti e legalità, si ritrova ancora a finanziare un Paese che rifiuta i suoi rappresentanti, mentre migliaia di persone continuano a rischiare la vita nel Mediterraneo. Un paradosso che dovrebbe spingere Bruxelles a un serio ripensamento delle proprie priorità, a partire dalla difesa delle proprie frontiere e della propria dignità diplomatica.
Una lezione di realpolitik.
La “lezione libica” mostra che l’Unione Europea, pur spendendo miliardi, non controlla i propri partner né i propri confini e l’immagine del commissario respinto a Tripoli è più eloquente di qualunque rapporto ufficiale: l’Europa paga, ma non conta. Ucraina e Medio Oriente docet!
E, restando nel perimetro “dell’affaire libico”, finché la Commissione continuerà a confondere diplomazia con sottomissione finanziaria, la politica migratoria europea resterà un monumento all’impotenza strategica.
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