14 Settembre 2026
Europa

La guerra all’Iran sta indebolendo gli Stati Uniti sullo scacchiere globale

La guerra contro l’Iran sta erodendo la capacità del Pentagono di proiettare la propria potenza militare nel resto del mondo, alimentando dubbi crescenti , tra alleati ed ex funzionari della Difesa, sulla reale capacità di Washington di scoraggiare i propri avversari. È quanto emerge da un’inchiesta di Politico.

Risorse dirottate, alleati scoperti.

Per concentrare le risorse sul fronte mediorientale, il Pentagono ha ritirato dal Pacifico sistemi chiave di difesa aerea e l’ultima portaerei rimasta nella regione. Ha inoltre praticamente sospeso le missioni navali nel Mar Cinese Meridionale finalizzate a contenere le ambizioni territoriali di Pechino, e ha ridotto le rotazioni di caccia intorno all’Europa destinati a presidiare i confini della NATO con la Russia.

Questa riduzione della presenza militare americana nel Pacifico e in Europa, unita all’approccio conciliante del presidente Donald Trump verso avversari storici come Russia e Corea del Nord, sta minando l’influenza globale del Pentagono.

Scorte di munizioni ridotte all’osso.

L’incapacità del Pentagono di piegare Teheran, unita al drastico assottigliamento delle scorte di missili intercettori e altre munizioni chiave, ha rafforzato la convinzione diffusa che l’esercito statunitense stia perdendo il prestigio che un tempo lo contraddistingueva agli occhi degli alleati.

Gli Stati Uniti mantengono comunque un dispiegamento consistente in Medio Oriente: oltre 50.000 soldati, una dozzina di navi da guerra e centinaia di aerei pronti a riprendere i combattimenti se Trump dovesse deciderlo. Ma il progressivo allontanamento da alleati storici , tra cui gli attacchi verbali al Canada e la cancellazione di esercitazioni congiunte con la Corea del Sud , ha lasciato i partner tradizionali con una sensazione di esposizione, soprattutto in Asia, dove Trump ha mostrato un atteggiamento di apertura verso il leader cinese Xi Jinping e quello nordcoreano Kim Jong Un.

Dalle bombe alle sanzioni.

Con la guerra in Iran arenata in una fase di stallo, la Casa Bianca ha virato sulla pressione economica contro Teheran , una mossa potenzialmente rischiosa per i mercati globali. Il Pentagono avrebbe accolto con sollievo il passaggio, promosso dal segretario al Tesoro Scott Bessent, dagli attacchi aerei alle sanzioni, vista la difficoltà di individuare una strategia di uscita dal conflitto.

Il Pentagono respinge però ogni lettura in chiave di declino, affermando che “le forze armate americane restano la macchina da guerra più potente sulla Terra”, ha dichiarato il portavoce Sean Parnell, rivendicando “operazioni condotte con successo” e un arsenale “profondo e pronto” a difendere interessi e cittadini statunitensi. Sulla stessa linea la portavoce della Casa Bianca Anna Kelly, che ha citato la cosiddetta “Operation Epic Fury” , il nome scelto dal governo per la campagna militare contro Teheran , come prova che “la potenza militare americana non è mai stata più forte”. Ma poi, come dichiarato dal vertice iraniano, qualcuno presenta problemi di schizofrenia.

Il valzer delle munizioni tra i teatri di guerra.

Il conflitto con l’Iran ha innescato un vero e proprio gioco delle sedie sulle forniture belliche. Il generale Xavier Brunson, che guida le forze statunitensi in Corea, aveva dichiarato in aprile alla Commissione Forze Armate del Senato che il Pentagono aveva sottratto munizioni dalla penisola coreana per destinarle al conflitto con l’Iran.

Alleati che vanno dall’Australia a Taiwan esprimono ora preoccupazione per la disponibilità futura delle munizioni americane necessarie in caso di conflitto nella regione, mentre Pechino mantiene un flusso costante di incursioni nello spazio aereo taiwanese.

Segnali di ritirata anche in Europa.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato a giugno una revisione semestrale della presenza di truppe in Europa, rimuovendo al contempo diversi alti ufficiali che avevano avuto un ruolo chiave nel sostegno all’Ucraina contro la Russia. Il generale Christopher Donahue, comandante delle forze USA in Europa e Africa rimosso da Hegseth a luglio, aveva contribuito a collegare aziende tecnologiche ai programmi dell’esercito sui droni. Il suo successore, il generale Christopher LaNeve, ha di recente interrotto un programma di addestramento congiunto tra truppe americane e ucraine sulla guerra dei droni.

Anche in Medio Oriente le opzioni si restringono.

Persino nel teatro mediorientale gli Stati Uniti si trovano con margini di manovra ridotti. Le navi da guerra sono costrette a rifornirsi ben oltre il raggio d’azione delle armi iraniane: “Non possono operare da nessuno dei porti vicini all’Iran che erano abituate a usare, quindi fanno tutto il rifornimento da Diego Garcia, che si trova a due o tremila miglia di distanza”, ha spiegato una fonte vicina al Pentagono, avvertendo che il problema si amplificherebbe in modo drammatico in un eventuale conflitto con la Cina, dotata di arsenali sufficienti a colpire ripetutamente le basi americane con missili balistici.

Il danno reputazionale.

L’insieme di queste dinamiche ha inferto un danno reputazionale alla credibilità statunitense sulla scena internazionale. Quello che conta di più è il messaggio che viene trasmesso silenziosamente dai diplomatici a porte chiuse, ovvero che gli Stati Uniti sono inaffidabili, che gli Stati Uniti sono disorientati, mentre la Cina resta concentrata sul proprio obiettivo.

foto ttps://truthsocial.com/@realDonaldTrump