7 Marzo 2026
PoliticaSardegna

La “giustizia a portata di click”: cronaca di un fallimento annunciato.

Lo hanno battezzato con un nome che sembra uscito da uno spot motivazionale: la giustizia a portata di click. Doveva essere la rivoluzione digitale dei tribunali, il ponte luminoso tra cittadino e istituzioni, la fine delle code, dei moduli incomprensibili, dei corridoi polverosi dove il tempo si ferma e la pazienza muore. E invece eccoci qui, davanti all’ennesimo monumento all’autoreferenzialità burocratica: un sito finanziato con fiumi di fondi europei e nazionali che riesce nel prodigio di essere, contemporaneamente, poco informativo e molto confondente.

Basta un giro di pochi minuti per capire che non siamo di fronte a un servizio, ma a una vetrina. Grafica moderna, slogan rassicuranti, promesse di semplicità. Poi provi a fare qualcosa di concreto e ti accorgi che la “portata di click” è in realtà la solita corsa a ostacoli. Le opzioni sono poche, rigide, pensate più per chi ha progettato il sistema che per chi dovrebbe usarlo. E se ti viene la malsana idea di esprimere un parere, magari per segnalare un malfunzionamento o suggerire un miglioramento, ecco la perla: clicchi su “lascia un feedback su Tribunale online” e ti compare un messaggio degno di un girone dantesco – “non si dispone dell’autorizzazione o il record non è valido“.

La -pagina-del-sito-Tribunale-Online
La pagina del-sito Tribunale Online

Altro che partecipazione, altro che cittadino al centro. Un portale pubblico che non consente di lasciare un feedback è come un tribunale senza udienze: un simulacro, un fondale di cartapesta. Ma davvero pensiamo di poter chiamare innovazione un sistema che non tollera nemmeno la critica?

La verità è che siamo di fronte al solito rito italico: si annuncia la grande riforma, si inaugurano piattaforme con conferenze stampa solenni, si spendono euro in consulenze e progettazioni, e poi si consegna ai cittadini un labirinto digitale che replica, in pixel, tutti i vizi della burocrazia analogica. Linguaggio oscuro, procedure spezzettate, assenza di assistenza reale. Un servizio che sembra progettato non per risolvere problemi, ma per dimostrare che “qualcosa è stato fatto”.

E intanto l’avvocato continua a stampare fascicoli, il cittadino a prendere permessi dal lavoro per capire a che sportello rivolgersi, l’impiegato a rispondere “guardi sul sito”, come se il sito fosse un oracolo infallibile e non l’ennesimo muro di gomma. La modulistica, ancora, è un terno al lotto.

Sarà mai possibile, in questo Paese, prendere sul serio la digitalizzazione della giustizia? Trasformarla in un vero strumento di trasparenza e accessibilità, invece che nell’ennesima iniziativa autocelebrativa? O dobbiamo rassegnarci all’idea che ogni “innovazione” pubblica sia destinata a diventare una versione 2.0 del vecchio disservizio?

Viene voglia di parafrasare Dante, unico vero esperto di sistemi infernali: “lasciate ogni speranza, voi che cliccate”. Ma forse la speranza non dovrebbe essere abbandonata dai cittadini; dovrebbe, piuttosto, essere pretesa da chi gestisce soldi pubblici e li trasforma in siti fantasma.

Perché un servizio che non ascolta, non informa e non permette di parlare non è giustizia digitale. È solo silenzio informatizzato. E di silenzio, nei palazzi della giustizia, ne abbiamo già abbastanza.