11 Agosto 2026
Europa

La fortezza Europa? Von der Leyen a Vilnius: soldi, poteri e qualche domanda senza risposta

Vilnius, cuore del Baltico. Ursula von der Leyen sale sul palco affiancata dai presidenti di Lituania, Estonia e Lettonia. L’atmosfera è quella delle grandi occasioni , e il messaggio è chiaro fin dalle prime parole: l’Europa è in guerra, anche se nessuno la chiama ancora così.

Allarmi aerei, famiglie nei rifugi, scuole chiuse. Von der Leyen dipinge un quadro cupo della vita quotidiana sul confine orientale dell’Unione. Non è retorica, precisa: è strategia deliberata di Mosca per destabilizzare le democrazie europee. Poi arriva l’annuncio che tutti aspettavano.

Dodici miliardi. E i fondi per i poveri diventano fondi per i cannoni.

Il numero che rimbalza nelle cancellerie europee è quello dei 12 miliardi di euro in arrivo per i tre Paesi baltici attraverso lo strumento SAFE , Security Action for Europe. Fondi per droni, difesa aerea, infrastrutture critiche. La Lituania ha già firmato. Estonia e Lettonia sono pronte.

Ma è un altro numero a far alzare qualche sopracciglio tra gli osservatori: 1,5 miliardi di euro sottratti ai fondi di coesione. Quei fondi, per intenderci, che nascono per ridurre le disuguaglianze tra le regioni europee più povere. Ospedali, strade, scuole. Ora, per la prima volta nella storia dell’Unione, vengono dirottati verso la difesa.

Von der Leyen lo presenta come un adattamento pragmatico. I critici lo chiamano con un altro nome: una scelta politica enorme presa senza consultare i cittadini e il Parlamento europeo.

Chi comanda?

Più si va avanti nel discorso, più emerge una visione che non è passata inosservata. Von der Leyen lo dice esplicitamente: gli Stati del fronte orientale fisseranno gli standard di sicurezza per tutta l’Europa. Perché ciò che oggi vivono i Baltici, domani potrebbe toccare a chiunque.

La logica è comprensibile. Ma le implicazioni sono tutt’altro che banali. Significa che i Paesi più esposti alla narrativa del conflitto con Mosca , quelli con la memoria più viva dell’occupazione sovietica , guideranno le scelte strategiche per ventisette nazioni. Un capovolgimento silenzioso degli equilibri interni all’Unione, che fino a ieri si reggeva su un principio di consenso ben più distribuito.

L’Ucraina in UE?

Terzo capitolo, forse il più controverso sul piano giuridico. Von der Leyen annuncia l’integrazione dell’Ucraina nella strategia industriale della difesa europea. Coordinamento su tecnologie di nuova generazione, produzione comune, innovazione condivisa.

Il problema? L’Ucraina non è membro dell’Unione Europea. Nessun trattato di adesione è stato firmato. Eppure Kiev entra di fatto nelle stanze dove si decide come produrre le armi europee. Un precedente senza precedenti, appunto , che i sostenitori chiamano pragmatismo geopolitico e i critici chiamano scorciatoia istituzionale.

Il “protocollo ibrido”: chi decide quando scatta l’emergenza?

L’ultimo punto è quello che ha fatto drizzare le antenne agli esperti di diritto comunitario. Von der Leyen propone la creazione di un protocollo europeo per le situazioni ibride , attacchi informatici, disinformazione, interferenze straniere , capace di mobilitare rapidamente tutti gli strumenti dell’Unione.

Sulla carta, ha senso. Nella pratica, apre una domanda che la presidente non affronta: chi stabilisce quando una situazione è “ibrida” abbastanza da giustificare misure straordinarie? La Commissione? Il Consiglio? Un algoritmo di Copernicus?

La storia dei poteri d’emergenza , in Europa e non solo , insegna che gli strumenti nati per le crisi raramente tornano nel cassetto quando la crisi finisce.

Il copione è già visto.

Preso singolarmente, ciascuno dei quattro punti del discorso ha una sua razionalità. Messi insieme, raccontano qualcosa di più grande: una Commissione che usa la pressione geopolitica per accelerare un accentramento di competenze che in tempi normali richiederebbe anni di negoziati e ratifiche parlamentari.

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