La doppia morale di Bruxelles: diritti, democrazia e “flessibilità” con i signori della guerra
La Commissione europea continua a presentarsi come baluardo globale di democrazia, diritti umani e legalità internazionale. Nelle sue dichiarazioni ufficiali, infatti, Bruxelles si propone come guida morale nella lotta contro l’“impero del male” russo e come difensore dell’ordine internazionale basato sulle regole. Ma dietro questa narrazione edificante si apre, per effetto della strategia di cooperazione internazionale dell’Ue, una crepa sempre più evidente, che mette in discussione la credibilità politica e morale dell’Unione.
La stessa risposta fornita ieri dall’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas, sulla situazione in Sudan è emblematica. Da un lato, l’UE afferma di impegnarsi per la pace, il cessate il fuoco e la tutela dei civili, parlando di sanzioni, responsabilità penali e cooperazione con la Corte penale internazionale. Dall’altro, però, intrattiene “dialoghi politici” e relazioni diplomatiche con gli Emirati Arabi Uniti, un Paese indicato da numerose fonti internazionali come snodo centrale di sostegno finanziario e logistico alle Rapid Support Forces (RSF), la milizia guidata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti.
Hemedti non è un interlocutore qualunque: è un signore della guerra accusato di atrocità di massa, pulizia etnica e crimini contro l’umanità in Darfur. Eppure, proprio negli Emirati Arabi Uniti – meta abituale di missioni e visite di commissari europei – si troverebbero asset, reti finanziarie e canali di protezione riconducibili al suo entourage. Una contraddizione stridente per un’Unione che proclama “tolleranza zero” verso i criminali di guerra, ma continua a dialogare con chi, secondo molte inchieste, li finanzia o li protegge.
Non è un caso isolato. La stessa Commissione che si erge a giudice morale contro Mosca viene accusata di chiudere un occhio – quando non entrambi – su altri fronti. Mentre si invoca la difesa dei diritti e della democrazia, Bruxelles viene criticata per aver sostenuto, direttamente o indirettamente, attori controversi in Medio Oriente e nel Nord Africa, inclusi regimi e milizie la cui agenda è tutt’altro che compatibile con i valori europei. Il riferimento al finanziamento del regime siriano guidato da al-Jolani, figura centrale di un contesto segnato da terrorismo e violenze, rafforza l’impressione di una politica estera selettiva, dove i principi vengono adattati alle convenienze geopolitiche del momento.
Nella risposta ufficiale, la Commissione parla di sanzioni contro undici individui e otto entità sudanesi, di impegno umanitario e di sostegno alla giustizia internazionale. Ma queste misure appaiono deboli e marginali se confrontate con la scelta di mantenere relazioni privilegiate con attori regionali chiave, anche quando il loro ruolo nel conflitto è tutt’altro che neutrale. Denunciare “presunti” sostegni alle RSF, mentre si continua a sedere allo stesso tavolo con chi esercita un’influenza decisiva su quel conflitto, non può che trasformare la diplomazia europea in un esercizio di retorica.
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