La disinformazione corre sui canali della Commissione: i “10 modi in cui l’Ue semplifica la vita”:
Nel presentare la pagina “10 ways the EU makes your life easier”, la Commissione europea propone un racconto rassicurante e lineare dei benefici dell’integrazione: viaggi senza frontiere, diritti dei consumatori, opportunità di studio e lavoro. Una narrazione efficace, ma che spesso semplifica realtà più complesse e trascura i costi nascosti o le contraddizioni del progetto europeo.
Prendiamo Erasmus+, indicato come simbolo della mobilità giovanile. È vero che il programma ha aperto orizzonti a milioni di studenti, ma resta accessibile solo a una minoranza e con borse spesso insufficienti a coprire i reali costi della vita all’estero. Molti giovani rinunciano proprio perché il sostegno economico non compensa affitti, trasporti e differenze di potere d’acquisto tra Paesi. Senza contare quello che avviene con le altre azioni dell’Erasmus+ dove, come nel caso Gioventù si assiste a una crescente discriminazione e bias verso le proposte progettuali critiche verso il cosiddetto “mondo edulcorato dell’Ue” a tutto vantaggio del soft power e del finanziamento di progetti di scarso impatto e retorici.
Anche il mercato unico, presentato come spazio senza barriere, funziona soprattutto per i grandi gruppi industriali e commerciali. Le piccole imprese faticano a competere con giganti multinazionali, e in diversi settori la liberalizzazione ha favorito delocalizzazioni e dumping salariale. L’assenza di dazi non significa automaticamente parità di condizioni.
I diritti dei consumatori, come il recesso entro 14 giorni o la garanzia biennale, esistono sulla carta ma nella pratica incontrano ostacoli: procedure complicate, costi di spedizione, venditori esteri difficili da raggiungere. Lo stesso vale per i diritti dei passeggeri: rimborsi e compensazioni sono previsti, ma molte compagnie fanno muro, costringendo i viaggiatori a lunghe battaglie burocratiche.
La libertà di movimento nello spazio Schengen è un altro pilastro del racconto europeo. Tuttavia negli ultimi anni controlli e sospensioni temporanee sono tornati frequenti per ragioni di sicurezza, crisi migratorie o emergenze sanitarie. La promessa di frontiere “invisibili” si è rivelata più fragile del previsto.
Quanto all’euro, l’abolizione dei costi di cambio è innegabile, ma la moneta unica ha avuto effetti molto diversi tra Nord e Sud del continente. Per le economie più deboli l’impossibilità di svalutare ha significato perdita di competitività e politiche di austerità, alimentando disuguaglianze che il racconto ufficiale tende a ignorare. E negli anni non si è mai vista una seria opera di monitoraggio e contrasto all’aumento dei prezzi. Ursula, rispetto agli anni ’90 si vive meglio in Europa? Alzi la mano chi lo può affermare.
Persino misure apparentemente popolari come l’abolizione del roaming o il caricabatterie unico hanno un lato meno celebrato: riducono la libertà tecnologica e intervengono in mercati che forse avrebbero potuto evolvere spontaneamente verso standard comuni. Non tutti gli esperti considerano questi interventi un trionfo della buona regolazione.
La tessera sanitaria europea viene descritta come passaporto universale delle cure, ma in realtà copre solo le prestazioni urgenti e secondo le regole del Paese ospitante. Chi si ammala all’estero scopre spesso che la gratuità non è garantita e che le differenze tra sistemi sanitari restano profonde.
Sul piano politico, Bruxelles esalta poi la partecipazione democratica alle elezioni europee e alle consultazioni pubbliche. Eppure il sentimento diffuso è quello di un’Europa lontana, con decisioni prese da istituzioni percepite come tecnocratiche e poco controllabili dai cittadini. E in molte regioni, come la Sardegna, la rappresentanza politica, dopo ben due mandati, è negata al Parlamento europeo.
Infine, la libertà di lavorare ovunque nell’Ue è formalmente reale, ma si scontra con barriere linguistiche, riconoscimento non uniforme delle qualifiche, burocrazie nazionali e costi di trasferimento che rendono il sogno della mobilità molto meno semplice di quanto raccontato.
In definitiva, i benefici dell’Unione esistono, ma il quadro dipinto dalla Commissione è selettivo. L’Europa ha semplificato alcune cose, ma ne ha complicate molte altre; ha aperto opportunità, ma anche creato nuove dipendenze e squilibri. Trasformare questa complessità in uno slogan ottimistico può servire alla comunicazione istituzionale ma decisamente meno a un dibattito pubblico maturo e onesto.
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