La crisi iraniana mette a nudo le (solite) divisioni europee
Ursula von der Leyen ha convocato per oggi una riunione d’emergenza dei commissari europei. Sullo sfondo, un Medio Oriente in fiamme e un’Unione europea che fatica a trovare una voce comune su una crisi che la riguarda da vicino, geograficamente e strategicamente, ma sulla quale ha ben poco potere di intervento.
Il momento è tra i più delicati dalla guerra in Ucraina. Mentre i missili iraniani colpivano basi militari americane da Bahrein al Kuwait, dai droni abbattuti su Dubai alle esplosioni a Doha, i ventisette ministri degli esteri dell’Ue si riunivano domenica in una videochiamata durata due ore e mezza per tentare di produrre una dichiarazione condivisa. Il risultato è stato un testo accuratamente equilibrato, quasi volutamente vago, che chiede il “pieno rispetto del diritto internazionale”, invita l’Iran a fermare il suo programma missilistico e sostiene le “libertà fondamentali” del popolo iraniano. Parole che, nelle cancellerie europee, pesano ogni sillaba.
Il nodo politico era proprio quello. Se inserire il richiamo al diritto internazionale equivalesse a una critica implicita agli Stati Uniti e a Israele: una domanda che ha spaccato i governi europei in modo quasi plastico. La Spagna di Pedro Sánchez ha condannato esplicitamente i raid americani e israeliani, avvertendo che rischiano di generare un “ordine internazionale più incerto e ostile”. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha risposto con un approccio opposto, dichiarando che non era “il momento di fare la morale ai nostri partner e alleati.” Alla fine tutti i paesi hanno approvato il testo, ma solo dopo una trattativa logorante. L’Ungheria, secondo tre diplomatici europei a conoscenza dei negoziati, si era inizialmente rifiutata di firmare. Budapest ha poi usato la riunione per sollevare, in modo del tutto decontestualizzato, l dossier del gasdotto russo verso l’Europa centrale, bloccando da settimane un prestito da 90 miliardi all’Ucraina.
Mentre i ventisette litigavano sui dettagli di un comunicato, i leader di Francia, Germania e Regno Unito emettevano domenica sera una dichiarazione di tutt’altro tono: disponibilità ad “azioni difensive necessarie e proporzionate per distruggere alla fonte le capacità iraniane di lanciare missili e droni”, in coordinamento con Washington. Il contrasto con il testo dell’Ue, pubblicato poche ore prima, difficilmente potrebbe essere più netto. Non è la prima volta che l’asse Parigi-Berlino-Londra corre più veloce dell’intera Unione: è però la conferma di un pattern che si ripete ogni volta che la crisi diventa acuta.
Le preoccupazioni immediate per Bruxelles sono concrete e multiple. Cipro, il Paese dell’Ue geograficamente più vicino al teatro delle operazioni, e attualmente alla presidenza di turno del Consiglio, ha convocato per martedì una riunione di risposta integrata alle crisi politiche, il formato già attivato per il Covid, la crisi migratoria e l’invasione dell’Ucraina. Un funzionario della Commissione ha definito “alto” il rischio di un attacco sull’isola, dopo che il ministro della difesa britannico John Healey aveva dichiarato che “due missili erano stati lanciati in direzione di Cipro.” Nicosia ha poi smentito di essere stata colpita, ma la tensione è rimasta alta.
Sul tavolo dei diplomatici europei riuniti domenica c’era soprattutto l’impatto economico di un conflitto che potrebbe allargarsi. Lo Stretto di Hormuz, per il quale transita il 20% del petrolio mondiale e che si trova parzialmente in acque territoriali iraniane, è uno dei punti di pressione più delicati. Se Teheran decidesse di chiuderlo, le conseguenze sui mercati energetici europei sarebbero immediate e severe. Non un’ipotesi remota, in un conflitto che nelle ultime quarantotto ore ha già visto tre soldati americani morti, un hotel in fiamme a Dubai e una base navale americana a Bahrein colpita da un missile.
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