14 Marzo 2026
EuropaPolitica

La Commissione Ue approva l’Agenda di riforme della Bosnia ed Erzegovina, ma il Paese resta imbrigliato in burocrazia e assetti etnici post-Dayton

La Commissione Europea ha approvato positivamente l’Agenda di riforme presentata dalla Bosnia ed Erzegovina, aprendo la strada alla possibilità di accedere fino a 976,6 milioni di euro nell’ambito del Reform and Growth Facility dell’Unione. L’Agenda, trasmessa a Bruxelles il 30 settembre 2025, viene giudicata coerente con gli obiettivi del regolamento europeo e individua una serie di priorità per “accelerare le transizioni verde e digitale, rafforzare lo sviluppo del settore privato, contrastare la fuga di talenti e consolidare diritti fondamentali e stato di diritto”.

Il via libera della Commissione è un passo formale importante, ma arriva in un contesto nazionale estremamente complesso. La Bosnia ed Erzegovina continua infatti a essere uno dei Paesi europei con il più alto livello di burocrazia, frammentazione istituzionale e inefficienza amministrativa. Basterebbe dare uno sguardo alla sua Costituzione per togliersi ogni dubbio. Un testo imposto dalla comunità internazionale e che riflette più la logica del cessate il fuoco che quella di uno Stato moderno… un sistema che, lungi dall’essere un’eredità marginale, è il prodotto diretto dell’architettura politica sancita dagli Accordi di Dayton del 1995 che, di fatto, ha congelato il conflitto più che risolverlo, distribuendo poteri e rappresentanza sulla base dell’appartenenza ai tre principali gruppi etno-nazionali — serbi, bosgnacchi e croati.

Questa struttura, concepita per garantire la fine della guerra, continua a ostacolare ogni riforma che miri a modernizzare il Paese. Le cariche politiche restano rigidamente ancorate all’identità etnica e limitano la possibilità per forze indipendenti, movimenti civici o attori non etnicamente identificati di emergere come alternative credibili. Il risultato è una democrazia bloccata, incapace di superare la logica del potere diviso tra comunità, mentre le tensioni politiche e sociali vengono alimentate — più che superate — da un sistema istituzionale che, di fatto, perpetua i confini della guerra.

Nonostante ciò, Bruxelles invita Sarajevo a procedere rapidamente con la firma e la ratifica degli accordi operativi che consentiranno l’effettivo sblocco dei fondi europei. Il denaro potrà essere erogato, compreso il pre-finanziamento, solo quando tutti gli atti saranno entrati in vigore e le condizioni richieste saranno soddisfatte.

L’iniziativa si inserisce nel più ampio Growth Plan per i Balcani Occidentali, un pacchetto da 6 miliardi di euro che punta a favorire la convergenza economica con l’UE e a preparare gradualmente l’integrazione nel mercato unico, offrendo ai cittadini della regione un primo assaggio dei benefici dell’allargamento.

L’Ue, dunque, continua a buttare milioni di euro per sostenere un Paese con un Parlamento fortemente bloccato dai veti etnici. Il Parlamento della Bosnia-Erzegovina è, infatti, bicamerale con una Camera dei Rappresentanti (costituita da 42 deputati) e una Camera dei Popoli, composta da 15 membri (5 per ciascun popolo costituente). Ma non solo: sia la Republika Srpska che la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, a loro volta, si avvalgono di propri organi di governo. Insomma, se non è ingovernabilità questa…

Nella Camera dei Popoli esiste il potere di veto per difendere gli “interessi vitali nazionali”. Di fatto, qualunque riforma strutturale può essere bloccata da uno dei tre gruppi.

Ancora, sono limitate le competenze dello Stato centrale, responsabile della politica estera, commercio internazionale, dogane, immigrazione e alcune funzioni militari ma per il resto sono delegate le singole entità.

La Bosnia ed Erzegovina funziona quindi come una confederazione de facto, più che come uno Stato unitario. E che dire poi del forte ruolo attribuito all’Ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR), figura nominata dalla comunità internazionale con poteri straordinari (i “Bonn Powers”), tra cui la facoltà di rimuovere funzionari eletti, imporre leggi e intervenire in caso di crisi istituzionali.

Nessun altro Paese europeo ha una figura simile: segno della persistente fragilità del sistema bosniaco.

E mentre l’Ue approva l’Agenda di riforme di Sarajevo, la stessa Costituzione della Bosnia ed Erzegovina continua a prevedere meccanismi discriminatori in contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo: un elemento che ha portato la Corte di Strasburgo a condannare più volte il Paese. Le sentenze Sejdić-Finci — che negano a rom ed ebrei la possibilità di candidarsi alla Presidenza tripartita e alla Camera dei Popoli —, la decisione Zornić, che contesta l’obbligo implicito di identificarsi in uno dei tre gruppi etnici “costituenti”, e il caso Pilav, che ha accertato la discriminazione verso un cittadino bosgnacco impossibilitato a candidarsi alla Presidenza nella Republika Srpska perché la carica è riservata esclusivamente a un serbo, offrono un quadro nitido di una discriminazione istituzionalizzata fondata sull’appartenenza etnica. Sono vicende emblematiche di come l’architettura costituzionale nata dagli Accordi di Dayton continui a violare i diritti fondamentali garantiti dalla CEDU.

Carta costituzionale che rappresenta un compromesso nato per fermare la guerra ma non per costruire uno Stato efficiente. Circostanza che ha sostenuto (e continua a sostenere) un assetto istituzionale ipertrofico, burocratico e bloccato da veti etnici che esclude le minoranze e gli indipendenti, mantenendo vive le fratture politiche ed etniche dei precedenti conflitti.

Un modello che ha indubbiamente assicurato la pace, ma che oggi limita profondamente la capacità del Paese di riformarsi e di procedere verso l’Unione Europea. Ue, però, che per necessità occulte continua a felicitarsi delle riforme al ribasso.

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