15 Luglio 2026
Cultura

“La colpa senza nemico”: come il capitalismo ha trasformato il disagio in un fatto privato

C’è una domanda, andando oltre (per chi può) lo scrolling compulsivo dei social, che vale la pena porsi con più insistenza di quanto si faccia di solito: perché la depressione, la stanchezza cronica, il senso di inadeguatezza diffuso, sono diventati il male del secolo proprio nell’epoca in cui, almeno sulla carta, siamo più liberi che mai? Nessuna legge ci vieta di essere felici. Nessuna autorità ci impedisce di realizzarci. Eppure qualcosa, nel modo in cui il potere ha smesso di comandare, ci ha reso più fragili, non più liberi.

Régis Debray, nel suo libro “Lo Stato seduttore”, un titolo che oggi, a distanza di decenni, suona quasi profetico, descriveva questo passaggio con una formula efficace: lo Stato è passato dall’essere un’istanza che vieta a un’istanza che seduce. Non più la Legge che dice “non devi”, ma l’immagine che sussurra “puoi”, “ti conviene” e “sarai realizzato se”.

Un cambio paradigmatico del potere che ha smesso di reprimere il desiderio e ha cominciato a produrlo, orientarlo, alimentarlo , attraverso lo spettacolo, la comunicazione, il consenso costruito minuto per minuto sugli schermi.

A prima vista sembra un progresso, e in parte lo è: meno divieti, meno paternalismo, meno repressione esplicita. Ma è proprio qui che si nasconde il rovescio della medaglia, la radice della mutazione.

Da “non puoi” a “devi poter tutto”.

Alain Ehrenberg lo ha messo a fuoco con precisione clinica: la grande epidemia depressiva contemporanea non nasce dal conflitto tra un desiderio e una legge che lo reprime , il copione freudiano classico , ma dal collasso di quel conflitto. Quando non c’è più nulla che dica “non devi”, resta solo un imperativo vertiginoso: “devi poter essere tutto, devi essere all’altezza di te stesso, devi realizzarti da solo, e se non ci riesci la colpa è solo tua”. Non è più la colpa nei confronti di un’autorità esterna, è l’insufficienza rispetto a un ideale che nessuno impone eppure tutti respirano.

Byung-Chul Han, ancora, ha raccontato lo stesso spostamento parlando di una società che dalla disciplina è passata alla prestazione: il soggetto non è più suddito di un padrone che lo sfrutta dall’esterno, ma imprenditore di se stesso, aguzzino e vittima nella stessa persona. Non ci sono più muri contro cui ribellarsi. C’è solo un io che si consuma nel tentativo infinito di essere all’altezza di una libertà che, paradossalmente, lo schiaccia.

Contro una legge ci si oppone. Contro una seduzione, no.

Il punto decisivo, quello che rende utile la lente di Debray, è questo: una legge offre un punto d’appoggio. Contro un divieto ci si può ribellare, di un’ingiustizia normativa ci si può fare carico collettivamente , è materia di conflitto politico, di rivendicazione, di solidarietà tra chi subisce la stessa oppressione. Ma contro una seduzione diffusa, capillare, senza volto, senza un luogo preciso da cui viene emessa, non c’è negoziazione possibile. O ci si adegua, sedotti anche noi, oppure si resta soli, fuori sincrono, colpevoli di un fallimento che non ha più nemmeno un nemico a cui attribuirlo.

Questo, credo, è il cuore politico della depressione contemporanea: non è (solo) una malattia dell’anima isolata, è il sintomo di un potere che ha eliminato il proprio avversario esterno assorbendolo. Mark Fisher, teorizzando il “realismo capitalista”, diceva qualcosa di molto simile guardando al sistema economico più che allo Stato: viviamo in un’epoca in cui è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, perché anche la critica al sistema viene immediatamente ri-metabolizzata come stile, come prodotto, come ulteriore merce da consumare. Non c’è più un “fuori” da cui guardare il sistema con distanza critica , e senza quel fuori, il disagio non trova un bersaglio, si ripiega su di sé, diventa sintomo individuale invece che rivendicazione collettiva.

Sarebbe disonesto fermarsi qui senza una cautela. Debray parlava dello Stato e della sua legittimazione mediatica, non del capitalismo come sistema produttivo; il ponte fra la sua “videosfera” e lo sfruttamento del sé nel tardo capitalismo è un passo che compiono altri autori, non lui. E la depressione, va detto con chiarezza, non è riducibile a un solo fattore: la sua genesi è biologica, relazionale, socioeconomica insieme, e nessuna cornice teorica, per quanto elegante, la esaurisce.

Ma proprio per questo la diagnosi resta preziosa come una tessera, non come spiegazione totale: ci ricorda che una parte almeno della sofferenza psichica di massa non è solo un fatto clinico da trattare con la sola farmacologia o con la sola terapia individuale, ma il segnale di una trasformazione del potere che ha reso invisibile il proprio esercizio proprio mentre lo rendeva più pervasivo. Curare il sintomo senza vedere questa cornice rischia di rimandare la persona sofferente sempre allo stesso verdetto implicito che la società le ha già consegnato: se stai male, è un problema tuo.

Forse il primo passo per allentare questa morsa non è tornare a un’autorità che vieti , non è di questo che avremmo bisogno , ma ricostruire un “fuori” da cui poter guardare, insieme ad altri, il meccanismo che ci seduce. Un luogo, per quanto piccolo, in cui il malessere smetta di essere colpa privata e torni a essere, come dovrebbe, questione comune.

foto https://www.socialistsanddemocrats.eu/