7 Ottobre 2026
Cultura

La Biennale nel mirino dell’Euroburocrazia: il ricatto della Commissione Ue: “O i fondi o la Russia”

C’è un momento preciso in cui un’istituzione smette di esercitare autorità e comincia a praticare la prepotenza. La Commissione europea lo ha raggiunto con la lettera notificata al presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco: “Adeguatevi o vi tagliamo i fondi entro trenta giorni”. Ricatto in forma burocratica, con carta intestata e tutto.

L’Agenzia esecutiva per l’Istruzione e la Cultura, l’EACEA di Bruxelles, ha infatti comunicato ufficialmente l’intenzione di sospendere o revocare il finanziamento di due milioni di euro previsto per il triennio 2025-2028, motivandola con una presunta “violazione delle sanzioni” alla Russia. La colpa della Biennale? Aver deciso di riaprire il Padiglione russo ai Giardini di Castello, chiuso dal 2022, in occasione della 61esima edizione che aprirà al pubblico il 9 maggio.

Nell’Ue non si registrano particolari remore nell’autorizzare miliardi di euro in forniture militari a Kiev, né nel sostenere finanziariamente un governo il cui mandato presidenziale è formalmente scaduto il 24 maggio 2024, senza elezioni di rinnovo, e che deve fare i conti con ricorrenti scandali di corruzione documentati persino dalle istituzioni europee stesse. Ma quando si tratta di consentire a degli artisti russi di esporre le proprie opere in una mostra d’arte internazionale, ecco che Bruxelles riscopre improvvisamente il rigore, l’intransigenza e la minaccia del taglio dei fondi. I doppi standard, si sa, sono il vero collante dell’architettura politica europea.

Il paradosso giuridico che Bruxelles ignora.

Prima di entrare nel merito politico, vale la pena fermarsi su quello giuridico, perché la posizione europea è tanto aggressiva quanto giuridicamente fragile. Non esistono sanzioni europee sulla cultura né sugli artisti russi in quanto tali. Qualsiasi Stato riconosciuto dall’Italia, e la Russia lo è, ha titolo per partecipare alla Biennale. La Russia è peraltro proprietaria del proprio padiglione ai Giardini: un immobile su cui esercita diritti reali incontestabili.

Bruxelles aggira questo ostacolo invocando il divieto per i professionisti europei di collaborare con il governo russo, norma talmente vaga da essere rimasta lettera morta persino nei casi di architetti ed elettricisti impegnati nella manutenzione ordinaria di ambasciate russe in tutta Europa. Applicarla oggi alla Biennale non è rigore normativo: è accanimento selettivo.

La stessa lettera della Commissione rivela l’imbarazzo della costruzione giuridica quando afferma che la partecipazione degli artisti russi implicherebbe un “sostegno indiretto” da parte del governo di Mosca “in cambio della concessione di una piattaforma culturale”, configurando una “grave mancanza professionale”. Un sillogismo che, se applicato coerentemente, dovrebbe portare Bruxelles a chiudere ogni museo europeo che espone arte russa, ogni università che cita Tolstoj, ogni teatro che mette in scena Čechov.

La cultura come ostaggio.

Il punto più grave non è tecnico-giuridico: è politico e morale. La Commissione europea sta usando il finanziamento di un’istituzione esclusivamente culturale come leva di pressione politica. Non si tratta di fermare la macchina da guerra del Cremlino. Non si tratta di tutelare l’Ucraina. Si tratta di impedire che degli artisti espongano le proprie opere in una mostra internazionale, con l’argomento che questo potrebbe offrire alla Russia “un’immagine di legittimità e accettazione internazionale”.

Come se la Biennale di Venezia fosse un’anticamera del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Come se un padiglione tra i Giardini valesse più di tutti i negoziati che Bruxelles è incapace di imbastire.

È proprio questo il punto dolente che il presidente del Veneto Alberto Stefani ha messo a fuoco con precisione: “L’impressione è che Bruxelles, invece di assumere un ruolo da protagonista nella mediazione internazionale, sia confinata ai margini delle trattative e, piuttosto, si accanisca ora contro gli artisti, ora contro gli sportivi”. Una diagnosi impietosa e accurata.

Un’Europa che ha perso la bussola e che agisce con modalità ricattatorie.

La vicenda della Biennale non è un episodio isolato. Si inserisce in un quadro più ampio e più preoccupante: quello di una Commissione europea che accumula dichiarazioni al limite della Carta dei diritti delle Nazioni Unite, alimenta l’escalation militare con proclami bellicisti, applica doppi standard con disinvoltura e poi riversa le proprie frustrazioni geopolitiche sulle istituzioni culturali degli Stati membri.

Un’Europa che non riesce a sedersi al tavolo delle trattative tra Russia e Ucraina, ma riesce benissimo a minacciare la Biennale. Un’Europa che non ha impedito un solo giorno di guerra, ma sa come revocare un contributo a una fondazione d’arte. Priorità rivelate, non dichiarate.

Luca Zaia ha usato parole misurate ma taglienti: “L’Europa continua a premere sull’acceleratore appellandosi a norme, sanzioni e ad altri aspetti di natura formale, quasi lasciando intendere che uno dei principali problemi del nostro continente, o addirittura del mondo, sia oggi la presenza del padiglione russo alla Biennale. Francamente, mi pare una rappresentazione esagerata”. Eufemismo garbato per descrivere ciò che somiglia sempre più a un delirio di controllo.

La libertà non si difende limitandola.

Stefani ha ricordato una verità elementare, che evidentemente non è più tale a Bruxelles: “La pace non si costruisce attraverso la censura e la libertà non si difende limitandola”. Parole che suonano come un’eco lontana dei principi fondativi dell’Unione europea stessa, quella che avrebbe dovuto essere uno spazio di libero scambio culturale, non una burocrazia che sorveglia le mostre d’arte.

La Biennale ha trenta giorni per rispondere. Il Governo italiano è stato formalmente chiamato in causa attraverso la Farnesina. Il ministro della Cultura Giuli, che pure aveva espresso riserve sulla riapertura del padiglione russo, si trova ora di fronte a una scelta che è anche una prova di sovranità culturale: cedere alla pressione di Bruxelles o difendere un’istituzione che dal 1895 rappresenta nel mondo il meglio di ciò che l’Italia sa fare.

La risposta che arriverà dirà molto sull’Italia. Ma la domanda, quella vera, riguarda l’Europa: fino a dove può spingersi un’istituzione che confonde il potere di finanziare con il diritto di censurare?

Cresce, nel frattempo, l’imbarazzo per le iniziative estemporanee europee a sostegno della resilienza, pensiero critico e per il contrasto della disinformazione.

foto https://www.president.gov.ua/