Kallas: “Sanzionare gli insediamenti israeliani come la Crimea occupata dai russi”. Ma l’Ue, ancora una volta, “se la fa sotto”
Ventisette Paesi, un solo grande assente: il coraggio. L’ultima uscita dell’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Kaja Kallas, mette a nudo , non è la prima volta , l’incapacità cronica dell’Unione di trasformare i principi in azioni quando si tratta di difendere lo stato di diritto internazionale fuori dai confini europei.
In un’intervista all’Irish Times, Kallas ha invocato per gli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania lo stesso trattamento riservato alla Crimea occupata dalla Russia: “Se un’occupazione è illegale e tutti lo riconoscono, ha sostenuto, allora l’Ue dovrebbe interrompere gli scambi commerciali con i territori occupati, esattamente come fatto con i prodotti provenienti dalla penisola annessa da Mosca”. Un parallelo, quello tra Cisgiordania e Crimea, che ha scatenato la reazione indignata della missione israeliana presso Ue e Nato, che ha bollato le parole della diplomatica come “profondamente infelici”.
Ma dietro la polemica diplomatica si nasconde il vero nodo: l’Unione europea, quando si tratta di applicare a Israele gli stessi criteri usati con la Russia, si tira sistematicamente indietro. A luglio solo una minoranza di ministri degli Esteri Ue ha chiesto formalmente alla Commissione di presentare misure concrete da sottoporre al voto dei Ventisette per applicare sanzioni a Israele. Mentre Paesi Bassi, Belgio e Svezia spingono per sanzioni comuni, la Repubblica Ceca ha già annunciato che porrà il veto a qualsiasi nuova misura, bloccando così l’unanimità necessaria.
Il tema è tornato d’attualità martedì, quando otto Stati membri, tra cui Francia, Spagna e Irlanda, si sono uniti a Regno Unito e Canada in un impegno a sanzionare commercialmente gli insediamenti israeliani. Un gesto che dimostra come il consenso sulla sostanza, almeno a parole, ci sia: secondo Kallas tutti i governi Ue “concordano sul fatto che gli insediamenti in Cisgiordania siano illegali secondo il diritto internazionale, e che l’espansione decisa dal governo israeliano comprometta le prospettive di una soluzione a due Stati”.
Il problema, appunto, è tutto qui: tanta unanimità di facciata, tanti proclami, doppi standard evidenti e quando si arriva al momento di tradurre le parole in sanzioni vere, l’Ue si blocca, si divide, rinuncia. Una foglia di fico su un impianto di valori che dovrebbe essere non negoziabile.
Non è la prima volta che le posizioni di Kallas irritano Israele: già a giugno il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar aveva minacciato di rompere ogni contatto con la diplomatica, dopo che erano circolate indiscrezioni su un suo paragone tra il trattamento dei palestinesi e l’apartheid sudafricano.
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