Kallas e la narrazione capovolata: “L’Iran esporta la guerra”. Ma chi ha sganciato le prime bombe?
Kaja Kallas, la (ahinoi!) Alta rappresentante dell’Ue, si è presentata davanti alle telecamere per introdurre la videoconferenza straordinaria tra i ministri degli Esteri dell’UE e quelli del Golfo con la consueta sicurezza di chi sa che il proprio pubblico non farà domande scomode (neanche i giornalisti della stampa mainstream). Il messaggio era confezionato con cura: l’Iran sta esportando la guerra, l’Iran semina caos, l’Iran attacca i vicini. L’Europa chiede stabilità. Punto.
Peccato che questa narrazione cozzi con la realtà dei fatti.
Chi ha bombardato chi, e quando?
Riepilogo per chi si fosse distratto: sono stati gli Stati Uniti e Israele a lanciare un’offensiva militare su larga scala contro l’Iran il 28 febbraio. Sono stati i missili e le bombe americane e israeliane a colpire Teheran e altre città iraniane. È stata quella stessa offensiva a uccidere la guida suprema Khamenei, centinaia di militari e oltre 900 civili. L’Iran, a quel punto, ha risposto.
Ma nella grammatica geopolitica di Kallas, e dell’apparato narrativo europeo che rappresenta, chi risponde a un attacco è l’aggressore, e chi ha attaccato per primo è la vittima che difende la stabilità regionale. Una logica che funziona benissimo con chi non ha voglia, tempo o strumenti cognitivi per verificare la sequenza cronologica degli eventi. Funziona meno bene con chiunque non sia affetto da analfabetismo funzionale.
“L’Iran esporta la guerra”: la vincitrice della frase più surreale del 2026 è Kaja Kallas.
Definire l’Iran come il Paese che “esporta la guerra” e “semina caos” dopo che è stato bombardato due volte negli ultimi sette mesi, prima a giugno 2025, ora a fine febbraio 2026, richiede una dose di faccia tosta che persino i più navigati spin doctor di Bruxelles farebbero fatica a eguagliare. È come accusare qualcuno di turbare l’ordine pubblico dopo avergli sfondato la porta di casa a calci.
Ma Kallas non si ferma qui. Con un salto logico degno di un manuale di propaganda, collega i droni iraniani che colpiscono i Paesi del Golfo agli stessi droni che attaccano Kiev ogni giorno, suggerendo implicitamente un’unica grande minaccia globale da combattere insieme, dall’Ucraina al Golfo Persico, con l’Europa naturalmente nel ruolo del paladino della civiltà.
Il drone come filo narrativo universale.
La parte più creativa del discorso di Kallas è senza dubbio il passaggio in cui propone di mettere in connessione l’Ucraina e i paesi del Golfo nella lotta comune contro i droni iraniani, suggerendo che Kiev potrebbe esportare la sua esperienza in materia di intercettatori. Un’idea che, al netto della sua utilità pratica, serve soprattutto a tenere insieme due teatri di guerra in un’unica narrazione coerente: Russia e Iran come facce della stessa medaglia, Europa e suoi alleati (quelli che minacciano i Paesi Ue di ritorsioni se non si genuflettono al cowboy newyorkese?) come baluardo della stabilità.
È una costruzione narrativa raffinata. Ed è rivolta esplicitamente a chi consuma informazione in modo passivo, senza chiedersi mai chi abbia premuto il grilletto per primo.
La priorità vera: i cittadini europei nella regione.
L’unico passaggio del discorso di Kallas che resiste a un esame critico è quello sulla sicurezza dei cittadini europei presenti nella regione, con il coordinamento consolare e l’organizzazione dei voli di rimpatrio. Su questo, nessuna obiezione: è esattamente il compito che ci si aspetta da un’istituzione europea che voglia essere utile.
Sul resto, sulla narrazione che trasforma l’aggredito in aggressore e l’aggressore in garante della stabilità, sarebbe opportuno che qualcuno, prima o poi, facesse le domande che i giornalisti presenti in sala sembrano sistematicamente dimenticare di porre.
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