Jean-Paul Garraud: “Multilinguismo poco tutelato nelle istituzioni europee”.

Unità nella diversità, rispetto del multilinguismo, sostegno al dialogo interculturale. Sono questi i principali tormentoni ricorrenti nella narrazione sul tema della tutela delle differenze linguistiche e culturali nell’Unione europea. Aspetti di primaria importanza, come ricordato dal diritto primario dell’UE che sancisce, data la ricchezza culturale e linguistica in Europa, il multilinguismo quale principio riconosciuto.

Principi, sembrerebbe, validi solo sulla carta come ricordato in una recente interrogazione dall’esponente del gruppo ID Jean-Paul Garraud: “Il primo regolamento adottato dalla Comunità Economica Europea – scrive l’eurodeputato francese – è il testo fondativo del multilinguismo. Esso prevede che 24 lingue degli Stati membri siano considerate come le lingue ufficiali e le lingue di lavoro delle istituzioni europee. Tuttavia, nonostante la Brexit e in contraddizione con l’idea stessa di diversità culturale, la lingua inglese attualmente domina nelle istituzioni europee, in particolare nella Commissione, nel Consiglio dell’UE, nel Servizio europeo per l’azione esterna e nella Procura europea”.

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Una questione, la tutela del multilinguismo, sollevata recentemente anche dall’eurodeputato italiano Gianantonio Da Re, in merito alla prassi linguistica discriminatoria per le organizzazioni giovanili prevista per l’invio delle domande per l’accesso al Fondo europeo della gioventù del Consiglio d’Europa. Circostanza, quest’ultima, particolarmente esaustiva circa l’improbabile azione dei vertici europei a sostegno del multilinguismo in UE e della partecipazione giovanile, specialmente alla luce del lancio dell’Anno europeo della Gioventù.

Sulla rovente tematica, sollevata da Garraud, è intervenuto Maroš Šefčovič, Vicepresidente della Commissione europea: “Il budget destinato alla traduzione e all’interpretazione, come il budget in generale, si basa sui fabbisogni previsti per l’anno, tenendo conto dell’esecuzione del budget dell’anno precedente”. Insomma, “burocrazia docet” anche sui principi primari dell’UE.

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A rendere più equivoca la posizione della Commissione, l’assenza di un lavoro di ricerca periodico sullo stato del multilinguismo nell’UE: “La Commissione – prosegue l’esponente dell’Esecutivo von der Leyen – non dispone di una relazione annuale sul multilinguismo. La Commissione – prosegue – nello spirito del multilinguismo non incoraggia l’uso di una o più lingue particolari”.

Difficile essere d’accordo con il vicepresidente vista la corposa produzione di testi e siti web inerenti l’UE e le sue politiche, tradotti quasi esclusivamente in inglese e francese. Una prassi escludente, nonché capace di rendere scarsamente accessibili le informazioni per milioni di europei. Inutile, quindi, soffermarsi sulla disaffezione dei/delle cittadini/e all’UE o, peggio, sorprendersi della loro scarsa partecipazione come nel caso della fallimentare Conferenza sul Futuro dell’Europa: un vero e proprio flop, nonostante il tentativo della comunicazione istituzionale europea di spacciarla come una buona pratica di engagement civico. Ma questa è un’altra storia.

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