Istat: nel 2023/24 calano i contratti a tempo indeterminato, crescono gli autonomi.
Nel biennio 2023-2024 prosegue il calo della quota di nuovi assunti con contratti a tempo indeterminato, scesa al 28,3% dal 28,7% registrato nel 2022-2023. In diminuzione anche la quota dei dipendenti a termine e dei collaboratori (-1,5 punti percentuali), mentre cresce quella dei lavoratori autonomi (+1,9 punti). Lo rende noto l’Istat nel suo ultimo rapporto sul mercato del lavoro.
Giovani: lieve recupero dei contratti permanenti.
Tra i più giovani si osserva un parziale miglioramento: la quota di dipendenti permanenti aumenta di 0,6 punti tra i 15-34enni e di 0,9 punti tra i 35-49enni, compensando in parte il calo del periodo precedente. Tra i 35-49enni diminuiscono invece i contratti a termine (-0,2 punti) e soprattutto le collaborazioni (-3,6 punti), mentre cresce sensibilmente il numero di autonomi, tornato ai livelli del 2021-2022.
Difficoltà a stabilizzare i contratti a termine.
I dati di flusso evidenziano una crescente difficoltà per i lavoratori a tempo determinato a ottenere un contratto stabile: solo il 18% dei dipendenti a termine del 2023 risulta assunto a tempo indeterminato nel 2024, contro il 22,7% del periodo precedente. Il calo interessa tutte le fasce d’età, con un crollo più netto tra i 35-49enni (dal 24,1% al 18,4%).
L’ingresso nel lavoro resta precario.
Nel 2023-2024 oltre la metà dei nuovi occupati entra nel mercato del lavoro con un contratto a tempo determinato (52%), mentre il 6,9% lo fa come collaboratore. Un dato solo leggermente inferiore a quello del biennio precedente (54,7% e 5,7%). Tra i giovani, l’incidenza del lavoro a termine sfiora il 70%, in aumento rispetto al 2021-2022.
Maggiore stabilità per chi ha contratti permanenti.
I lavoratori a tempo indeterminato e gli autonomi mostrano i livelli di permanenza più alti: oltre il 96% continua a lavorare dopo un anno, contro l’83,8% dei dipendenti a termine e il 78,1% dei collaboratori. La stabilità dei contratti permanenti è in aumento (+0,5 punti percentuali rispetto al 2022-2023), così come quella dei contratti a termine, che restano tali in due casi su tre. Tuttavia, solo il 18% dei lavoratori a termine riesce a trasformare il proprio contratto in uno stabile, in netto calo rispetto al passato.
Donne e precariato: divario ancora marcato.
L’ingresso nel lavoro resta più precario per le donne: il 52,6% ottiene un contratto a termine e il 6,9% una collaborazione, contro rispettivamente il 51,4% e il 6,8% degli uomini. Il fenomeno è particolarmente diffuso tra chi era in cerca di occupazione (56,7% a termine e 8,9% collaboratore).
A livello territoriale, la quota di ingressi a termine è più alta nel Centro Italia (60,4%), seguita da Mezzogiorno (58,9%) e Nord (58,2%). Nel Centro e nel Nord prevalgono i contratti precari tra chi cerca lavoro, mentre nel Sud i valori più alti si registrano tra le “forze di lavoro potenziali” (66,4%).
Part-time stabile ma più involontario.
Aumenta la permanenza dei lavoratori part-time nel proprio regime orario: l’80% nel 2023-2024, contro il 76,2% dell’anno precedente (82,5% tra le donne). Tuttavia, diminuiscono i passaggi verso il tempo pieno (dall’11,2% all’8,7%).
Il part-time involontario mostra un lieve aumento della stabilità (dal 53,5% al 55,4%) e della transizione verso forme volontarie, mentre cala l’uscita dall’occupazione. La quota di nuovi ingressi con part-time involontario si riduce comunque dal 29,5% al 25,3%, in particolare tra le donne (dal 38,3% al 32,4%).
Mercato del lavoro polarizzato e invecchiato.
Nel complesso, l’Istat evidenzia una doppia polarizzazione: da un lato tra chi entra o esce dal mercato del lavoro, dall’altro tra chi mantiene un’occupazione stabile e chi vive una condizione precaria.
L’aumento dei lavoratori a tempo indeterminato è dovuto soprattutto alla maggiore permanenza dei più anziani, il cui ritiro dal lavoro è stato ritardato dall’innalzamento dei requisiti pensionistici e dal prolungamento dei percorsi formativi.
Al contrario, l’ingresso con un contratto stabile riguarda meno del 30% dei nuovi occupati del 2024, e appena il 23% tra i giovani. La transizione dal tempo determinato all’indeterminato coinvolge meno di un lavoratore su cinque, segnalando una crescente fragilità strutturale del mercato del lavoro italiano.
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