12 Marzo 2026
Europa

Israele vuole la pena di morte per i palestinesi: gli eurodeputati chiedono sanzioni alla Commissione UE

La Knesset israeliana sta discutendo una serie di disegni di legge che introdurrebbero la pena di morte applicabile di fatto esclusivamente a imputati palestinesi, in alcuni casi in forma obbligatoria e senza possibilità di ricorso. Una prospettiva che ha spinto tredici eurodeputati di sinistra, Verdi e Renew a presentare un’interrogazione urgente alla Commissione europea, chiedendo misure concrete e immediate.

Cosa prevedono le leggi.

I disegni di legge in discussione alla Knesset, secondo i 13 firmatari, modificherebbero la legislazione militare applicabile alla Cisgiordania occupata, imponendo ai tribunali militari la pena capitale obbligatoria per tutte le condanne per omicidio volontario nel territorio occupato. Alcune proposte andrebbero ancora oltre, autorizzando tribunali militari ad hoc, istituiti per i reati connessi agli attacchi del 7 ottobre, a derogare alle procedure standard e alle regole in materia di prove. Verrebbero inoltre introdotte restrizioni all’accesso alle informazioni sulle esecuzioni, eliminando di fatto garanzie fondamentali del giusto processo previste dal diritto internazionale.

Per i firmatari dell’interrogazione, tra cui Lynn Boylan, Rima Hassan e Manon Aubry, si tratterebbe in sostanza dell’introduzione di una pena capitale “razzializzata”: uno strumento giuridico formalmente neutro ma strutturalmente diretto contro una sola componente della popolazione soggetta alla giurisdizione israeliana.

Le richieste al Parlamento europeo.

Gli eurodeputati chiedono alla Commissione di condannare esplicitamente i disegni di legge e di utilizzare tutta la leva diplomatica ed economica disponibile per costringere il governo israeliano ad abbandonarli. Chiedono inoltre di proporre sanzioni contro i membri della Knesset che sostengono le proposte e, soprattutto, di sospendere l’Accordo di associazione UE-Israele, citando la violazione flagrante dell’articolo 2 di quell’accordo, che vincola entrambe le parti al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici.

La risposta di Bruxelles: preoccupazione senza conseguenze.

Ieri, l’Alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas, ha confermato l’assenza di misure dissuasive da parte della Commissione europea, limitandosi a definire le proposte legislative come “profondamente preoccupanti”, ribadendo la propria opposizione alla pena di morte “in tutti i casi e in tutte le circostanze” e richiamando l’articolo 6 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, ratificato da Israele: “L’adozione di queste leggi – afferma la Kallas – rappresenterebbe un passo indietro rispetto alla moratoria di fatto che Israele osserva da decenni, sia sulle esecuzioni sia sulle condanne a morte, e porrebbe il Paese in contrasto con i propri obblighi internazionali, anche per il carattere discriminatorio delle proposte e la mancanza di garanzie procedurali”.

L’UE afferma di aver condotto “ripetuti contatti” con le autorità israeliane, sia a livello locale che a Bruxelles, e di aver esortato il governo a mantenere la propria posizione di principio. Nessuna menzione, tuttavia, di sanzioni o della sospensione dell’Accordo di associazione.

Una risposta, come sempre capita dalle parti della “democratica Ue”, che si muove su un piano strettamente diplomatico, evitando di affrontare la questione centrale posta dai parlamentari: se le garanzie dell’Accordo di associazione abbiano o meno un contenuto vincolante e azionabile. L’articolo 2 di quell’accordo subordina le relazioni bilaterali al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, ma finora Bruxelles non ha mai attivato formalmente quella clausola nei confronti di Israele, nemmeno di fronte alle reiterate denunce di violazioni documentate in Cisgiordania e a Gaza.

Insomma, si confermano i doppi standard e l’ulteriore perdita di credibilità dell’Unione europea come attore di diritto internazionale.

foto Evgeni Tcherkasski da Pixabay.com