Israele, la parola non vale: allarme per il cessate il fuoco in Libano
Un cessate il fuoco che non cessa il fuoco. Mentre a Gaza i morti si contano ancora ogni giorno (in barba agli accordi), in Libano l’esercito israeliano ha diffuso oggi un nuovo avvertimento ai residenti del sud del Paese: vietato avvicinarsi alle aree di confine, a decine di villaggi, al fiume Litani e alle vallate circostanti. “I civili non sono autorizzati a spostarsi a sud di una linea che taglia in due il Paese”, ha scritto su X il portavoce militare Avichay Adraee, elencando una serie di località, tra cui Naqoura, Bint Jbeil, Maroun al-Ras e Mays al-Jabal, in cui il rientro resta di fatto proibito.
Il tutto mentre è in vigore una tregua temporanea di dieci giorni, entrata in vigore giovedì scorso e già segnata da ripetute violazioni.
Un’altra tregua che Israele interpreta a modo suo.
Il dato che dovrebbe far riflettere è la disinvoltura con cui Israele gestisce gli accordi di cessazione delle ostilità: li firma, li annuncia, poi li svuota di contenuto con operazioni militari “in corso” che continuano indisturbate. In Libano, dall’inizio dell’offensiva il 2 marzo, le autorità libanesi contano circa 2.300 morti, oltre 7.500 feriti e più di un milione di sfollati. Numeri che non si accumulano durante una guerra e poi si fermano di colpo per decreto diplomatico.
Gaza insegna: i cessate il fuoco non proteggono i civili.
L’esperienza di Gaza è il precedente più eloquente. Anche lì, gli accordi si sono rivelati strumenti fragili, costantemente erosi da operazioni definite “difensive” o “mirate”, mentre il bilancio delle vittime continuava a crescere. Affidarsi alla parola di Tel Aviv come garanzia di sicurezza per i civili si è rivelato, ogni volta, un errore fatale.
Il messaggio che emerge da Beirut sud come da Gaza è lo stesso: per Israele il cessate il fuoco non è la fine delle operazioni militari, ma una pausa nella loro comunicazione pubblica.
foto Maor Winetrob da Pixabay.com
