17 Marzo 2026
Europa

Israele e USA attaccano nel mezzo dei negoziati l’Iran

Mentre i diplomatici erano ancora seduti attorno a un tavolo a Ginevra — giovedì scorso, appena quarantotto ore fa — per discutere del programma nucleare iraniano, Israele e Stati Uniti stavano già pianificando da settimane, nel più totale segreto, quello che questa mattina si è materializzato in una pioggia di missili su Teheran. Colonne di fumo nero, infatti, si sono alzate dalle prime ore della mattina, sulla capitale iraniana. Esplosioni sono state segnalate anche a Isfahan, Qom, Karaj e Kermanshah. Bombardamenti che confermano, se mai ce ne fosse bisogno, la vigliaccheria dei cosiddetti “partner democratici” dell’Occidente.

Già dalle prime battute, ancora, è andato in scena il “gioco della semantica”, con il ministro della Difesa israeliano Katz ha avuto il cinismo di definirla un “attacco preventivo per rimuovere le minacce allo Stato”. Preventivo. Come se bombardare un Paese sovrano nel bel mezzo di trattative diplomatiche in corso fosse una categoria accettabile del diritto internazionale. Trump, dal canto suo, ha rivendicato su Truth Social l’avvio di “operazioni di combattimento su vasta scala”, promettendo di “radere al suolo l’industria missilistica iraniana”. Un linguaggio da cowboy, per un’azione che rischia di trascinare l’intera regione — e non solo — in un conflitto aperto. Insomma, Washington e Tel Aviv si affidano, anche oggi, alla tradizione di eufemismi costruiti per rendere l’inaccettabile presentabile e giustificare, agli occhi di una spenta Comunità Internazionale, quello che di fatto è un attacco a una nazione sovrana.

Un funzionario della difesa israeliano citato dai media ha confermato che gli attacchi erano stati pianificati per mesi, e che la data di lancio era stata decisa settimane fa, anche mentre erano in corso i negoziati tra Washington e Teheran. La diplomazia, dunque, era solo una facciata. Una copertura. Un modo per guadagnare tempo mentre i cacciabombardieri si posizionavano.

Gli obiettivi colpiti parlano da soli: ministeri, strutture presidenziali, sedi dell’intelligence, la residenza del leader supremo Khamenei. Ma le “esplosioni democratiche” hanno squarciato, invece, il cuore di una capitale abitata da milioni di civili provocando già alcune vittime.

E l’ONU? L’organizzazione nata per garantire la pace e la sicurezza internazionale si trova oggi, ancora una volta, a fare i conti con la propria irrilevanza. Non è la prima volta. Durante l’operazione “Midnight Hammer” del giugno 2025, quando gli Stati Uniti colpirono con bombardamenti mirati le strutture nucleari iraniane, il Consiglio di Sicurezza si limitò alle solite dichiarazioni di circostanza, soffocate dal veto incrociato delle grandi potenze. Nessuna conseguenza concreta, nessun meccanismo di deterrenza attivato, nessuna responsabilità accertata. Oggi la storia si ripete, in forme ancora più aggressive e sfacciate. Eppure è difficile anche solo immaginare che l’ONU trovi la forza — o la volontà politica — di reagire in modo diverso. Quando i responsabili di un atto di guerra siedono tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, o ne sono i principali alleati, il sistema si inceppa per disegno, non per caso. E quella che doveva essere la massima garanzia del diritto internazionale si rivela, ancora una volta, l’ennesima scenografia di un teatro che non cambia mai copione.

Se questa è la democrazia che esportiamo, se questo è l’ordine internazionale che pretendiamo di difendere, allora forse è tempo di smettere di nascondersi dietro le parole. Israele e Stati Uniti hanno scelto le bombe mentre i negoziatori stringevano ancora le mani. Il Medio Oriente brucia. E il mondo guarda.

foto (Courtesy photo DOD)