14 Marzo 2026
Europa

Israele colpisce obiettivi strategici in Siria: attacchi su Suwayda e Damasco. 12 Paesi dicono sì all’embargo a Tel Aviv

Israele continua a dimostrarsi una nazione incivile e sprezzante del diritto internazionale. Ad aggiungersi all’elenco dei Paesi aggrediti ieri è stata la Siria (dove Tel Aviv aveva attaccato fin dal mese di dicembre) dove nelle ultime ore si è registrata una nuova e pericolosa escalation. L’IDF, l’esercito israeliano, ha infatti colpito il Palazzo Presidenziale nel cuore della capitale Damasco e, ancora, la città di Suwayda.

E Israele ha dichiarato che non finirà qui e che altri attacchi “potrebbero essere imminenti”. Parallelamente, lungo il confine con le Alture del Golan occupate da Israele, centinaia di persone — appartenenti alla comunità drusa che, con una popolazione stimata attorno alle 700.000 persone, rappreenta la terza più grande minoranza etnica e religiosa della Siria, dopo curdi e alawiti — hanno forzato le barriere di confine per entrare in Siria e prestare sostegno ai propri connazionali a Suwayda. Tel Aviv ha risposto rafforzando la presenza militare nella zona di confine.

Il 15 luglio, il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro Katz hanno diffuso una dichiarazione congiunta nella quale ordinavano all’esercito di colpire le forze governative siriane a Suwayda, rafforzando così l’intenzione di proteggere attivamente la popolazione drusa.

Nel frattempo, essendo le nazioni occidentali “particolarmente distratte”, è toccato al rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite, Vasily Nebenzya, lanciare un duro appello a Israele, chiedendo l’immediata cessazione delle operazioni militari.

“L’esercito israeliano ha intensificato le sue operazioni, provocando distruzioni su larga scala, un aggravamento della crisi umanitaria e costringendo migliaia di famiglie a vivere senza la minima prospettiva di ritorno alle proprie abitazioni. Riceviamo costantemente notizie di uccisioni di civili, confische di terre e demolizioni di edifici. Tutto ciò è inaccettabile”, ha dichiarato.

Parallelamente, nuove accuse giungono dall’Iran contro Washington. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, ha criticato duramente gli Stati Uniti, accusandoli di usare le sanzioni come strumento per mettere a tacere chi denuncia quello che ha definito “il genocidio israeliano”. L’intervento di Baqaei è arrivato in risposta a una dichiarazione dell’ex Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, Josep Borrell, che ha espresso solidarietà alla relatrice speciale dell’ONU per i territori palestinesi, Francesca Albanese, sanzionata di recente da Washington e diventata un bersaglio per la sua denuncia delle oltre 58.000 vittime palestinesi – in gran parte donne e bambini – dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023.

Intanto, i procedimenti giudiziari contro Israele si moltiplicano a livello internazionale. Come risaputo, la Corte penale internazionale ha già emesso mandati di arresto per il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La Corte internazionale di giustizia, inoltre, sta esaminando una causa per genocidio intentata contro Israele a seguito del conflitto in corso a Gaza.

Ora, qualche Paese coraggioso in giro per il mondo, ha deciso di procedere verso l’embargo totale del “sanguinario regime israeliano”. Al termine della Conferenza di emergenza sulla Palestina svoltasi a Bogotá, dodici Paesi – Bolivia, Cuba, Colombia, Indonesia, Iraq, Libia, Malesia, Namibia, Nicaragua, Oman, San Vicente e Grenadine e Sudafrica – hanno firmato una dichiarazione congiunta che sancisce un embargo totale sulla vendita e sul transito di armi verso Israele, l’interruzione di ogni contratto pubblico che possa sostenere, anche indirettamente, l’occupazione nei Territori Palestinesi, e il rafforzamento di una linea comune tra le nazioni del Sud globale.

Importante anche il passo annunciato dal presidente colombiano Gustavo Petro, che ha annunciato l’intenzione del suo Paese di avviare il processo di uscita dalla cooperazione Nato, affermando che ormai il patto atlantico è una struttura che continua a “sostenere guerre e occupazioni, invece di prevenirle”.

Nel frattempo, l’Unione Europea (la Germania, per esempio, contribuisce allo sforzo bellico israeliano per un buon 33%), continua a perdere l’occasione di “fare una cosa giusta”. Già divisa al suo interno sulla questione israelo-palestinese, Bruxelles fatica ora a mantenere una linea coerente tra l’allineamento strategico con gli Stati Uniti e la crescente indignazione globale per la guerra a Gaza. L’Europa, insomma, rischia di rimanere schiacciata tra due pressioni opposte: la fedeltà atlantica e la necessità, sempre più impellente, di ascoltare le voci che salgono da una comunità internazionale (giustamente) in fermento.

foto Maor Winetrob da Pixabay.com