13 Aprile 2026
Europa

Israele approva la pena di morte per i prigionieri palestinesi: opposizioni in aula e ricorso alla Corte Suprema

La Knesset israeliana ha approvato in seconda e terza lettura una legge che consente ai tribunali di infliggere la pena di morte ai prigionieri palestinesi. Il provvedimento, votato con 62 voti favorevoli, 48 contrari e un’astensione, e sostenuto dal premier Benjamin Netanyahu (lo stesso interessato da un mandato di arresto internazionale), ha immediatamente scatenato reazioni sul piano interno e internazionale.

Il ricorso.

Nell’attesa che l’Ue faccia qualcosa di democratico e coerente con i valori europei, congelando qualsiasi accordo economico con Israele, l’Associazione per i Diritti Civili in Israele ha presentato il primo ricorso alla Corte Suprema contro la nuova normativa, citando la Knesset, il primo ministro, il ministro della Difesa, il comandante dell’esercito in Cisgiordania, il procuratore generale e il servizio penitenziario.

Nella petizione, l’associazione sostiene che la pena capitale “viola in modo fondamentale il diritto alla vita, infliggendo un danno grave e irreparabile”, e che la legge “è incompatibile con i valori democratici, ed è stata approvata con il proibito movente della vendetta e del razzismo”. L’organizzazione ha chiesto alla corte di emettere un provvedimento cautelare per sospendere l’applicazione della legge in attesa di un’udienza urgente.

Le condanne internazionali.

Dal fronte internazionale arrivano condanne nette. La Giordania ha definito la legge “razzista, discriminatoria e illegittima”, sottolineando attraverso il portavoce del ministero degli Esteri, ambasciatore Fouad Majali, che il provvedimento viola i principi del diritto internazionale che vietano a una potenza occupante di legiferare unilateralmente sui territori occupati. Majali ha inoltre denunciato quella che ha descritto come una politica sistematica israeliana contro il popolo palestinese e i suoi diritti inalienabili, incluso il diritto all’autodeterminazione, chiedendo alla comunità internazionale di intervenire con urgenza.

Anche la Slovenia si è espressa con fermezza. La ministra degli Esteri Tanja Fajon ha definito la legge “una chiara discriminazione contro i palestinesi”, avvertendo che la sicurezza non può fondarsi sulla discriminazione e che la giustizia non può prescindere dall’equità. “La pena capitale non è una soluzione”, ha scritto Fajon su X.

foto UN/Loey Felipe