Iran-USA, la guerra delle proposte: il piano in 14 punti di Teheran e lo scetticismo di Trump
La diplomazia tra Washington e Teheran procede a colpi di note scritte consegnate tramite il Pakistan, nel mezzo di un conflitto armato iniziato il 28 febbraio scorso con gli attacchi aerei americani e israeliani sull’Iran e l’assassinio della guida suprema Ali Khamenei. Il cessate il fuoco del 7 aprile , negoziato in extremis attraverso il mediatore pakistano , non ha prodotto finora un accordo definitivo, e lo stretto di Hormuz rimane una polveriera anche dopo il lancio dell’ultima missione americana in Iran: la “Project Freedom”.
L’Iran ha presentato una risposta in 14 punti alla proposta americana, chiedendo di risolvere tutte le questioni e concludere la guerra entro 30 giorni, anziché osservare la tregua bimestrale proposta dagli Stati Uniti.
Il piano si articola in tre fasi: nella prima si stabilizzerebbe il cessate il fuoco trasformandolo in una fine del conflitto, con l’apertura dello stretto di Hormuz e la revoca del blocco navale americano ai porti iraniani; nella seconda si avvierebbero negoziati su un congelamento temporaneo dell’arricchimento dell’uranio fino a 15 anni, dopodiché Teheran potrebbe riprendere l’arricchimento fino al 3,6%; nella terza fase si costruirebbe un sistema di sicurezza regionale con i Paesi arabi.
Un piano , come noto, che prevede anche il pagamento di riparazioni di guerra, il ritiro delle forze americane dalla regione e la fine delle operazioni israeliane in Libano.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha confermato che la controproposta americana è arrivata tramite il Pakistan ed è attualmente in esame, definendo le richieste americane “eccessive e irragionevoli” e sottolineando che l’Iran rifiuta ogni negoziato sotto ultimatum. Trump, dal canto suo, ha oscillato tra apertura e chiusura nel giro di poche ore: prima ha scritto su Truth Social di non riuscire a immaginare che la proposta iraniana potesse essere accettabile perché Teheran “non ha ancora pagato un prezzo sufficiente per quello che ha fatto all’umanità negli ultimi 47 anni”.
Nel frattempo, il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è salito da 2,98 dollari al gallone prima della guerra a 4,46 dollari, e il viaggio di Trump a Pechino previsto per la prossima settimana rende sempre più costoso un ritorno alle ostilità: presentarsi a Xi Jinping con la guerra ancora in corso e lo stretto di Hormuz chiuso ridurrebbe la posizione americana al tavolo delle trattative commerciali sino-americane.
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