7 Settembre 2026
Europa

Iran-USA-Israele: chi reggerà il costo sistemico del conflitto?

“L’arte suprema della guerra è sottomettere il nemico senza combattere”. La massima di Sun Tzu apre l’analisi del generale rumeno in pensione Corneliu Pivariu, pubblicata dall’Istituto Internazionale per gli Studi sul Medio Oriente e sui Balcani (IFIMES) di Lubiana. Ed è una scelta tutt’altro che retorica: dal 28 febbraio 2026 il conflitto tra Iran e l’asse USA-Israele si sta rivelando esattamente questo, una guerra in cui i fronti più decisivi non sono militari.

Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi coordinati su larga scala contro l’Iran, dopo settimane di escalation diplomatica e il fallimento dei negoziati sul programma nucleare. Da quel momento, il conflitto ha smesso di essere una semplice campagna aerea e si è trasformato in una crisi regionale con tre dimensioni sovrapposte: nucleare, energetica e geopolitica.

In sedici giorni sono stati impiegati oltre 11.000 munizionamenti, per un costo stimato di circa 26 miliardi di dollari. Un dato che, da solo, ridimensiona l’idea di una guerra chirurgica e rapida, e introduce il concetto chiave dell’analisi di Pivariu: il “command of the reload”, ovvero la capacità industriale di sostenere il ritmo del conflitto attraverso il reintegro delle scorte. In questo tipo di guerra, chi esaurisce prima i magazzini perde, indipendentemente dalla superiorità tattica sul campo.

Due strategie opposte.

Gli Stati Uniti e Israele puntano a comprimere il tempo strategico dell’Iran: colpire velocemente, degradare le capacità, impedire che Teheran raggiunga con successo il suo programma nucleare. La formula è quella della “prevenzione offensiva”: è preferibile colpire prima che la minaccia maturi. Israele, in particolare, non si limita agli impianti nucleari, ma ha dichiarato di voler colpire le industrie e le catene di fornitura che rendono possibili i programmi missilistici e a duplice uso.

L’Iran gioca una partita completamente diversa. Teheran sa di non poter vincere per via militare convenzionale, e non ci prova. La sua strategia consiste nell’allungare i tempi, moltiplicare i costi per l’avversario, esportare l’insicurezza verso Israele, le basi americane, gli Stati del Golfo e, soprattutto, i mercati energetici globali. Quindi, non una massima escalation in tutte le direzioni, ma pressione calibrata e redistribuita dove la risposta avversaria rimane limitata.

Il risultato è che la superiorità militare dell’asse USA-Israele è evidente. Ma il vantaggio politico sull’esito finale resta aperto.

Lo Stretto di Hormuz: il vero centro di gravità.

Il cuore dell’analisi di Pivariu è qui: la guerra non si combatte davvero per Natanz o per i missili. Si combatte per il controllo dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto del pianeta.

L’Iran non ha formalmente chiuso lo stretto, ma ha instaurato quello che l’analisi definisce un “regime di coercizione selettiva”: minamento limitato, imposizione di rotte tollerate, e secondo alcune fonti, perfino la riscossione di pedaggi informali per il transito sicuro. Una strategia che consente a Teheran di evitare i costi politici e militari di un blocco totale, mantenendo però la capacità di segnalare che la libertà di navigazione non è più garantita.

Portaerei, foto U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist Seaman Tajh Payne DOD
Portaerei, foto U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist Seaman Tajh Payne DOD

Il 19 marzo Israele ha colpito South Pars, il principale giacimento di gas iraniano. L’Iran ha risposto attaccando infrastrutture energetiche nel Golfo, incluso il terminale di Ras Laffan in Qatar. Secondo il CEO di QatarEnergy, i danni hanno ridotto del 17% la capacità di esportazione di GNL del Paese per i prossimi tre-cinque anni, con perdite stimate in circa 20 miliardi di dollari l’anno.

I costi: chi sta pagando davvero.

Per l’Iran, le perdite umane sono le più elevate: oltre 3.200 morti secondo fonti citate da Reuters, di cui quasi 1.400 civili. La distruzione materiale è massiccia, oltre 15.000-18.000 attacchi su infrastrutture militari ed energetiche, con decine di migliaia di edifici civili distrutti nei primi quattordici giorni. Il costo diretto è stimato tra 50 e 90 miliardi di dollari, con tendenza al rialzo.

Per Israele, le perdite umane sono contenute, 15 civili e 2 soldati morti , ma gli attacchi su infrastrutture energetiche a Haifa hanno dimostrato che l’Iran può colpire obiettivi strategici israeliani. Il costo complessivo per Israele nella prima fase è stimato tra 4 e 10 miliardi di dollari.

Per gli Stati Uniti, 13 soldati morti e oltre 230 feriti. Il costo operativo del primo mese è stimato tra 12 e 25 miliardi di dollari, ma se si include il reintegro delle scorte di munizioni, la cifra potrebbe salire rapidamente verso i 60-220 miliardi. Il Pentagono ha già avanzato una richiesta di budget supplementare di circa 200 miliardi.

Il dato più sorprendente riguarda gli Stati del Golfo, che non hanno iniziato il conflitto ma ne stanno pagando un prezzo sproporzionato: danni stimati tra 30 e 60 miliardi di dollari, con il Qatar come principale vittima. Sono, nelle parole dell’analisi, “i grandi perdenti del conflitto”.

La pressione militare non ha destabilizzato il regime.

Uno degli assunti più diffusi all’inizio delle ostilità era che i bombardamenti avrebbero prodotto una frattura interna in Iran, aprendo la strada a un cambio di regime o almeno a una resa dei conti politica. Non è andata così.

Portaerei, foto Navy Petty Officer 2nd Class Jacob Mattingly DoD
Portaerei, foto Navy Petty Officer 2nd Class Jacob Mattingly DoD

L’analisi di Pivariu lo dice senza eufemismi: la pressione militare ha prodotto l’effetto opposto, consolidando il regime attorno al nucleo duro dei Pasdaran e dell’apparato di sicurezza. La popolazione si è mobilitata intorno alla leadership, non contro di essa. È una dinamica che la storia dei regimi rivoluzionari conosce bene, ma che sembra essere stata sottovalutata nella pianificazione strategica occidentale.

Sette miti da sfatare.

L’analisi dedica un intero annesso alle narrative false che circolano sull’asse informativo del conflitto. Tra le più pericolose: l’idea che la guerra stia per trasformarsi in un conflitto globale generalizzato (tutti i grandi attori hanno interesse a evitarlo); che l’Iran stia per sconfiggere militarmente USA e Israele (non è questo il suo obiettivo); che lo Stretto di Hormuz possa essere chiuso totalmente e a lungo (un blocco totale avrebbe costi proibitivi anche per Teheran); e che il regime iraniano sia sull’orlo del collasso (i dati dicono il contrario).

Il verdetto finale di Pivariu è netto. Non siamo di fronte a una guerra per la vittoria militare, ma a un test della capacità di ciascun attore di gestire le interdipendenze critiche del sistema globale senza far saltare l’intero tavolo.

La superiorità militare dell’asse USA-Israele è reale, ma non basta. L’Iran non ha bisogno di vincere convenzionalmente per evitare la sconfitta: gli è sufficiente preservare la capacità di ritorsione, mantenere la pressione sui nodi energetici globali e trasformare il conflitto in una guerra di logoramento. Il rischio per Washington e Gerusalemme non è tanto la sconfitta militare, quanto l’incapacità di ottenere una vittoria politica chiara in un conflitto che tende a prolungarsi generando costi cumulativi crescenti.

Iran, foto VladoZg da Pixabay.com
Teheran, foto VladoZg da Pixabay.com

L’esito più probabile nel breve termine non è la pace né la vittoria totale di uno dei contendenti, ma una fase prolungata di logoramento controllato. Un’uscita duratura richiederebbe simultaneamente tre condizioni che al momento non esistono: un meccanismo credibile per limitare il dossier nucleare iraniano, una formula di sicurezza regionale accettabile per gli Stati del Golfo, e un’intesa chiara tra Washington e Gerusalemme sulla soglia oltre la quale il costo della guerra supera il suo beneficio strategico.

Fino ad allora, conclude Pivariu, non vince chi colpisce più forte. Vince chi capisce prima fino a dove può spingersi senza innescare una crisi globale che non è più in grado di controllare.

foto Navy Petty Officer 1st Class Alexander Kubitza, DOW