15 Aprile 2026
Europa

Iran, Trump vuole scegliere il futuro leader di Teheran: il diritto internazionale ad uso e consumo

Donald Trump vuole “ripulire tutto” in Iran e ha già in mente chi dovrebbe guidare il Paese dopo. Lo ha dichiarato senza mezzi termini in un’intervista telefonica a NBC News, affermando di avere “alcune persone” in mente che potrebbero fare un “buon lavoro” come leader, e di star prendendo misure per tenerle in vita durante le operazioni militari.

Sono parole che, al netto della loro brutalità retorica, pongono una domanda fondamentale che il dibattito occidentale sembra stranamente restio ad affrontare: può il presidente degli Stati Uniti bombardare un Paese sovrano e nominarne il successivo capo di governo?

Una violazione palese del diritto internazionale.

La risposta, sul piano del diritto internazionale, è no, e in modo inequivocabile. La Carta delle Nazioni Unite (organizzazione sempre più inutile peraltro), vieta esplicitamente l’uso della forza contro l’integrità territoriale di uno Stato sovrano, salvo in caso di legittima difesa o mandato del Consiglio di Sicurezza. Scegliere e “proteggere” i futuri governanti di un Paese straniero non è diplomazia: è la definizione stessa di cambio di regime, una pratica che la comunità internazionale ha condannato in ogni sede, almeno a parole.

Eppure, di fronte a dichiarazioni di questa portata da parte di Washington, il silenzio delle cancellerie occidentali è assordante.

Il doppio standard che mina la credibilità democratica.

Sarebbe interessante immaginare la reazione dell’Occidente se fosse Putin, o Xi Jinping, ad annunciare di avere “candidati” pronti a guidare un Paese nemico dopo un’operazione militare. I comunicati si sprecherebbero, le sedute d’emergenza al Consiglio di Sicurezza si susseguirebbero, i media parlerebbero di imperialismo e barbarie, e avrebbero ragione.

Ma quando a parlare è Trump, cala un velo di imbarazzato silenzio. Le nazioni occidentali, molte delle quali restano dipendenti, politicamente, militarmente ed economicamente dall’ombrello americano, si limitano ad assorbire lo shock, incapaci o non disposte a chiamare le cose con il loro nome.

Questo doppio standard non è una novità, ma raramente si era manifestato in forme così crude e spudorate negli ultimi anni. E ha un costo altissimo: erode la credibilità del progetto democratico agli occhi di miliardi di persone nel Sud globale, che da decenni osservano come i valori proclamati dall’Occidente vengano applicati in modo selettivo, a seconda di chi siede “dall’altra parte del campo” geopolitico.

Trump e la logica imperiale.

Donald non vuole un leader legato alla precedente leadership iraniana, come se l’Iran fosse una proprietà immobiliare da rilevare e ristrutturare secondo i propri gusti. È il linguaggio del padrone, non del leader di una democrazia. È la logica imperiale nella sua forma più esplicita: si bombarda, si sceglie chi governa e si passa oltre.

Una deriva che avrà conseguenze.

Gli Stati democratici avrebbero dovuto evolversi oltre queste pratiche. Invece, il modello che si consolida è quello di un ordine internazionale a geometria variabile, dove le regole valgono per gli avversari ma non per chi le ha scritte. Questa deriva, morale prima ancora che politica, non resterà senza conseguenze. Alimenterà il risentimento, legittimerà gli autoritarismi alternativi e accelererà la frammentazione di un ordine mondiale già profondamente scosso.

La vera domanda, alla fine, non è cosa farà Trump in Iran. È quante volte l’Occidente potrà ancora guardare dall’altra parte prima che il progetto democratico perda definitivamente la sua ragione d’essere agli occhi del mondo.

foto thewhitehouse.gov