Iran sotto le bombe, internet sotto silenzio: chi spegne le voci di Teheran?
C’è un pattern che si ripete con una regolarità inquietante. Ogni volta che il conflitto con l’Iran si intensifica, ogni volta che i missili volano, che le bombe cadono, che la crisi diplomatica raggiunge un nuovo picco, accade qualcosa di altrettanto sistematico e molto meno visibile: i principali siti delle agenzie di stampa iraniane smettono di funzionare. IRNA, Press TV, Tasnim, Fars News: oscurati, irraggiungibili e silenziati.
Sta accadendo anche in questi giorni, mentre Israele e gli Stati Uniti conducono la loro offensiva congiunta contro l’Iran entrata ormai nella seconda settimana. E la domanda da farsi, e che i media occidentali faticano stranamente a porsi, è una sola: chi spegne quelle voci, e perché?
Un copione già visto.
Non è la prima volta. Durante le tensioni del 2019, dopo l’uccisione del generale Qassem Soleimani nel 2020, durante le proteste interne del 2022, nel corso dei bombardamenti dell’operazione Midnight Hammer e nei successivi momenti di crisi, la connettività dei media statali iraniani verso l’esterno ha subito interruzioni misteriose e tempestive. Troppo tempestive per essere casuali. Troppo selettive per essere attribuibili a semplici guasti tecnici.
Gli strumenti per farlo esistono e sono ben documentati nel repertorio delle operazioni cyber militari e di intelligence: attacchi DDoS su larga scala capaci di sommergere i server di traffico fasullo fino a renderli inaccessibili, DNS poisoning che rende irrisolvibili gli indirizzi dei siti bersaglio, BGP hijacking che dirottare il traffico internet verso destinazioni vuote, e operazioni sui provider upstream che smistano il traffico internazionale da e verso l’Iran. Tutti strumenti sofisticati, tutti perfettamente nelle corde di attori statali con capacità cyber offensive avanzate.
Il problema della narrazione.
Qui sta il cuore della questione, che va ben oltre la tecnologia. Oscurare i siti delle agenzie iraniane non significa necessariamente sopprimere la verità, i media statali iraniani hanno le loro distorsioni, la loro propaganda, la loro agenda. Ma significa qualcosa di più sottile e più pericoloso: eliminare una voce dal dibattito pubblico globale nel momento esatto in cui quella voce sarebbe più ascoltata.
Quando cadono le bombe su Teheran, il mondo vuole sapere cosa sta succedendo dall’altra parte. Vuole leggere le dichiarazioni iraniane nella loro forma originale, non filtrate e reinterpretate dalle agenzie occidentali. Vuole accedere alle immagini, ai numeri delle vittime, alle reazioni della popolazione. Se quei canali vengono sistematicamente oscurati proprio nei momenti di maggiore crisi, la narrazione del conflitto diventa inevitabilmente unilaterale.
E una narrazione unilaterale di una guerra non è informazione. È propaganda.
Il silenzio dell’Occidente.
Ciò che colpisce, in tutto questo, è il silenzio dei media e dei governi occidentali su questa dimensione del conflitto. La libertà di stampa, la libera circolazione delle informazioni, il diritto all’accesso alle fonti: sono valori che l’Occidente proclama con forza quando conviene. Ma quando i siti oscurati sono quelli di un nemico dichiarato, improvvisamente il tema sparisce dall’agenda.
Nessuna dichiarazione dell’Unione Europea. Nessuna interrogazione parlamentare a Londra o Berlino. Nessun editoriale indignato sulle grandi testate. Come se la libertà di informazione valesse solo per alcune latitudini e alcune bandiere.
Oscurare le agenzie iraniane nel pieno di un’offensiva militare serve a costruire un vuoto informativo che viene poi riempito esclusivamente dalle versioni americana e israeliana degli eventi. Quante vittime civili ci sono? Cosa sta succedendo nelle città iraniane? Come risponde la popolazione? Come reagisce la leadership sopravvissuta? Domande legittime, a cui diventa impossibile rispondere se le uniche fonti in grado di fornire una prospettiva alternativa sono sistematicamente rese irraggiungibili.
Non si tratta di difendere la propaganda di Teheran. Si tratta di difendere un principio elementare: in una guerra, il mondo ha diritto di ascoltare tutte le voci. Anche quelle scomode. Anche quelle nemiche. Perché è solo dal confronto tra narrazioni diverse, per quanto distorte e parziali, che si può provare a ricostruire qualcosa che assomigli alla verità.
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