Iran, sei condizioni per fermare la guerra: ma può Teheran fidarsi di chi l’ha attaccata durante i negoziati?
Teheran alza il prezzo per la pace, ammesso che di pace si possa parlare, e lo fa ponendo sei condizioni che suonano più come un atto d’accusa che come una proposta negoziale. Un funzionario della sicurezza iraniano ha dichiarato all’emittente Al Mayadeen che la Repubblica islamica ha definito i termini strategici per porre fine alla guerra con Stati Uniti e Israele, precisando che nessun cessate il fuoco è imminente.
La domanda che aleggia su tutto il dossier è però una sola, e non è di poco conto: può l’Iran fidarsi del duo Washington-Tel Aviv? Il dubbio è tutt’altro che retorico, se si considera che i raid americano-israeliani su Teheran sono scattati il 28 febbraio scorso mentre a Ginevra, pochi giorni prima, Iran e USA erano impegnati al tavolo diplomatico. Un attacco nel bel mezzo di una trattativa difficilmente si dimentica e, altrettanto difficilmente, si perdona.
I mediatori regionali, nel frattempo, hanno bussato più volte alle porte di Teheran con proposte di de-escalation, ma l’Iran ha risposto fissando condizioni che “devono essere prese sul serio”
Teheran ha chiesto a Israele e USA una garanzia della non ripetizione della guerra, la chiusura di tutte le basi militari americane nella regione, il riconoscimento dell’aggressione subita e il pagamento di un risarcimento all’Iran, la fine della guerra su tutti i fronti regionali, l’istituzione di un nuovo regime giuridico per lo Stretto di Hormuz e, infine, il perseguimento penale e l’estradizione degli operatori dei media considerati ostili all’Iran.
Alcune delle condizioni appaiono difficilmente negoziabili nell’immediato, a partire dalla chiusura delle basi americane nel Golfo, che equivale a chiedere agli Stati Uniti di ridisegnare la propria presenza militare in una delle regioni più strategiche del pianeta. Altre, come il risarcimento e il nuovo regime per Hormuz, richiamano un ribaltamento degli equilibri geopolitici regionali che va ben oltre la fine delle ostilità.
Sullo sfondo resta la questione di fondo: in un conflitto avviato mentre si trattava, qualsiasi accordo futuro dovrà fare i conti con un deficit di fiducia verso gli USA che potrebbe rivelarsi il vero ostacolo per la buona riuscita dell’operazione.
foto UN Photo/Manuel Elías
