Iran: “Nessun negoziato con gli Usa su Hormuz, solo con l’Oman”
L’Iran nega di essere seduto al tavolo con gli Stati Uniti sulla questione dello Stretto di Hormuz. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi, citato da Cnn, ha dichiarato ai media iraniani che l’unico interlocutore per l’apertura di un corridoio temporaneo nello stretto è l’Oman. “L’affermazione degli Stati Uniti secondo cui sono in corso negoziati con l’Iran è falsa”, ha detto, pur ammettendo che Teheran ha ricevuto messaggi da Washington sulla disponibilità a tornare agli impegni precedenti. Donald Trump, dal canto suo, ha parlato più volte nelle ultime ore di “ottimi colloqui” in corso.
Secondo quanto riferito dallo stesso Gharibabadi all’agenzia IRNA, l’intesa con Mascate riguarderebbe un corridoio operativo per un periodo compreso tra due e quattro mesi, anche se nei negoziati in corso si starebbe valutando di prolungarne la durata. Una cautela, ha spiegato il viceministro, dettata dall’incertezza su quali condizioni Teheran si troverà ad affrontare in futuro.
Perché l’Iran non si fida degli americani?
La riluttanza iraniana a trattare direttamente con Washington non nasce per caso. Ha alle spalle una sequenza di eventi che, agli occhi di Teheran, hanno più volte smentito la buona fede americana proprio nei momenti in cui la diplomazia sembrava avvicinarsi a un risultato.
Il precedente più citato risale agli ultimi giorni di febbraio 2026: mentre erano in corso colloqui di pace in Svizzera, quando lo stesso Oman parlò di accordo “a portata di mano” , Stati Uniti e Israele attaccarono a sorpresa Teheran , decapitandone i vertici militari attraverso raid chirurgici, in un’operazione che nei giorni successivi portò anche all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei.
A questo si aggiunge il precedente del giugno 2025, quando gli Stati Uniti colpirono unilateralmente i siti nucleari iraniani nell’ambito dell’operazione “Midnight Hammer” ,, un’azione che, secondo Teheran, aveva già minato in radice la fiducia nella controparte americana ben prima della guerra di febbraio.
Anche il cessate il fuoco raggiunto solo recentemente si è rivelato tutt’altro che stabile. All’inizio di luglio, dopo attacchi a tre petroliere in transito da Hormuz, gli Stati Uniti hanno ripreso a colpire il territorio iraniano; il CENTCOM ha rivendicato di aver colpito più di 80 obiettivi, tra cui sistemi di difesa aerea, radar e oltre 60 imbarcazioni dei Guardiani della Rivoluzione. Teheran ha replicato colpendo basi Usa in Bahrein e Kuwait, mentre Trump, a margine del summit Nato di Ankara, dichiarava la tregua conclusa e definiva la leadership iraniana “feccia” e “persone malate”. Le due parti, va detto, si sono accusate reciprocamente di aver violato per prime l’intesa.
La lettura di Teheran.
In questo quadro, la linea ufficiale iraniana , limitare i contatti a canali indiretti e mediati, come quello omanita, evitando trattative dirette con Washington, appare a molti osservatori una scelta coerente più che un atteggiamento ostruzionistico: una diplomazia che, dal punto di vista di Teheran, ha visto ripetutamente disattese le proprie aperture negoziali con azioni militari unilaterali, non lascia molto margine alla fiducia diretta.
Va comunque ricordato che la Casa Bianca respinge questa lettura, presentando i raid come risposte a violazioni iraniane, dagli attacchi alle petroliere nello Stretto alle attività dei Pasdaran, e non come iniziative a freddo contro un negoziato in buona fede. Resta il fatto che, a otto giorni dalla ripresa degli scontri di luglio, Trump continua a parlare di “ottimi colloqui” in corso, mentre Teheran, almeno pubblicamente, li nega.
foto U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist Seaman Tajh Payne DOD
