15 Aprile 2026
EuropaPolitica

Iran. L’indignazione con il telecomando. L’attivismo da comodino ignora il massacro americano

C’è un esercizio mentale che vale la pena fare. Prendete le stesse persone che nel mese di gennaio e febbraio 2026 scendevano in piazza contro la repressione del regime degli ayatollah. Le stesse che portavano cartelli con i nomi dei martiri, che condividevano video di manifestanti iraniani massacrati nelle strade, che firmavano appelli, che chiedevano sanzioni, che convocavano assemblee urgenti nei circoli, nelle università e nelle sedi sindacali. Persone animate da una passione civile autentica, o almeno così sembrava.

Ora chiedete loro dove sono oggi.

Oggi, mentre scriviamo, il bilancio delle vittime civili iraniane dei bombardamenti americani e israeliani, iniziati il 28 febbraio 2026 con l’operazione “Furia Epica”, ha superato quota 1.432 secondo la Mezzaluna Rossa iraniana e l’ambasciatore di Teheran all’ONU. Tra questi morti ci sono 165 bambine, studentesse di una scuola elementare femminile a Minab, nel sud del Paese, colpita perché si trovava a 60 metri da una base militare. Quasi 200 bambini in totale, secondo l’UNICEF. Quartieri residenziali rasi al suolo a Shiraz, strade commerciali nel centro di Teheran distrutte, ambulatori e stazioni di servizio polverizzati.

Le piazze degli attivisti da comodino, invece, restano deserte.

Il calendario dell’indignazione.

Facciamo un passo indietro di poche settimane. Tra gennaio e febbraio 2026, l’Iran era attraversato da una delle più grandi ondate di protesta della sua storia recente. Partite dai bazar per il carovita e il crollo del rial, le manifestazioni si erano rapidamente trasformate in una contestazione politica aperta contro la Repubblica islamica. La risposta del regime era stata feroce: blackout di internet protratto per oltre venti giorni, arresti di massa, uso della forza letale contro i manifestanti e migliaia di morti.

L’indignazione europea era palpabile. Articoli, editoriali, dichiarazioni di solidarietà, hashtag, candele alle ambasciate. Il popolo iraniano che resisteva agli ayatollah era diventato, per settimane, il simbolo globale del coraggio civile contro la tirannia. Una narrativa bellissima, e vera.

Poi, il 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato i loro aerei.

E quella narrativa si è inceppata.

I numeri che non fanno notizia.

Nei primi sette giorni di operazione, il Comando Centrale americano ha colpito oltre 3.000 obiettivi in Iran. Sono state sganciate, secondo fonti israeliane citate da Ynet, oltre 3.800 bombe, più di quante ne furono usate durante la “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025. Tra gli obiettivi: basi missilistiche, caserme dei pasdaran e infrastrutture nucleari. Ma anche, inevitabilmente, ciò che stava accanto.

Il caso della scuola di Minab è emblematico. Centosessantacinque bambine e insegnanti morte sotto le macerie. Il portavoce militare israeliano, colonnello Nadav Shoshani, interpellato, ha risposto di non essere “al momento a conoscenza” dell’accaduto. Un edificio residenziale a Rey, periferia di Teheran, colpito con “diversi civili morti e altri ancora sepolti sotto le macerie”. Un quartiere residenziale di Shiraz: almeno venti morti e trenta feriti, tra cui operatori dei servizi di emergenza.

Sono numeri enormi. Sono bambini. Sono civili.

Eppure il movimento che in gennaio portava cartelli con su scritto “Donna Vita Libertà” è rimasto, nella stragrande maggioranza dei casi, in silenzio. Qualcuno ha persino trovato il modo di giustificare l’operazione militare come una forma di “liberazione” del popolo iraniano. Come se le 165 bambine di Minab fossero un prezzo da pagare volentieri sull’altare della caduta del regime.

Il meccanismo della rimozione selettiva.

Non si tratta di coerenza ideologica. Si tratta di qualcosa di più banale e più opaco: la scelta emotiva di chi aderisce al civismo democratico in Europa.

Quando il carnefice era Khamenei, il copione era chiaro. Il regime iraniano è brutto, autoritario, oscurantista, misogino. Protestare contro di lui è sicuro, è nobile, è esteticamente soddisfacente. Non costa niente sul piano delle amicizie politiche. Anzi, le rafforza: puoi stare dalla parte degli iraniani oppressi e rimanere critico nei confronti dell’Occidente, senza contraddizioni. È l’indignazione perfetta.

Quando il carnefice diventa Washington e Tel Aviv, il meccanismo si inceppa. Protestare contro i bombardamenti significa, nell’immaginario di una certa parte del dibattito pubblico, rischiare di “fare il gioco del regime”, di “difendere gli ayatollah”, di confondersi con l’antiamericanismo di ritorno. E allora si abbassa la testa. Si aspetta. Si cercano distinguo. Si richiamano le “provocazioni iraniane”. Si ricorda il programma nucleare. Si dice che “la situazione è complessa”.

La situazione, si sa, è sempre complessa quando le bombe le sganciano gli alleati.

L’ipocrisia non è un privilegio.

Sarebbe comodo liquidare questo doppio standard come una patologia esclusiva della sinistra liberal. Non è così e sarebbe disonesto dirlo.

La destra italiana che nelle settimane di gennaio aveva ironicamente “invitato” il centrosinistra a mobilitarsi per l’Iran, con quel tono di chi sa già che l’invito non sarà raccolto, di fronte ai bombardamenti americani ha scoperto di apprezzare moltissimo l’operazione militare di Trump. Giorgia Meloni, che ha dichiarato di non aver ricevuto richiesta di usare le basi americane sul territorio italiano, Aviano, Sigonella, ha evitato accuratamente di condannare le vittime civili con la stessa enfasi con cui avrebbe condannato quelle di un regime nemico. Fratelli d’Italia è un partito atlantista. Gli atlantisti non protestano contro le bombe atlantiche. Anche questo è un doppio standard.

Il punto non è destra contro sinistra. Il punto è che il civismo europeo, in tutte le sue varianti, ha un orologio interno che batte in modo selettivo. Si sveglia quando il nemico è identificabile, quando l’indignazione è esteticamente comoda, quando protestare non costa nulla sul piano delle appartenenze. Si addormenta quando il conto da pagare è politicamente scomodo.

Cosa resta dello slogan “Donna Vita Libertà?”.

Lo slogan “Donna Vita Libertà”, nato dalle proteste iraniane, aveva attraversato le piazze di mezzo mondo. Era diventato un simbolo potente, autentico, capace di unire persone di tradizioni diverse in una solidarietà genuina con il popolo iraniano.

Vale ancora, quello slogan? Oppure vale solo quando le donne iraniane vengono uccise da un regime che ci è nemico, e non quando vengono uccise in un quartiere residenziale da una bomba sganciata da chi è nostro alleato?

Le 165 bambine della scuola di Minab erano donne. Erano vite. Erano libertà negate per sempre. Ma non si è vista “molta piazza” per loro.

Non stiamo chiedendo di scegliere tra le vittime iraniane del regime e le vittime iraniane dei bombardamenti. Le une e le altre meritano indignazione piena, senza gerarchia. Non stiamo nemmeno chiedendo di avere una posizione politica omogenea sulla guerra: ci possono essere ragioni legittime per sostenere o condannare l’intervento militare, ed è un dibattito complesso che merita rispetto.

Stiamo chiedendo una cosa sola, e minima: coerenza nel piangere i morti.

Un civismo che si mobilita solo quando il carnefice ha la bandiera sbagliata non è civismo. È propaganda travestita da umanità. È la coscienza morale che fa la spesa al supermercato delle cause, scegliendo quelle che costano poco e rimandando al ripiano quelle più scomode.

Il popolo iraniano, quello vero, quello delle strade, quello che protestava in gennaio e che adesso si ritrova bombardato da fuori e oppresso da dentro, non merita questa ipocrisia. Merita una solidarietà che non abbia bisogno di leggere prima la bandiera di chi ha premuto il grilletto.

foto whitehouse.gov