Iran, l’azione delle minoranze etniche potrebbe creare ulteriore escalation
L’Iran non è lo Stato relativamente omogeneo che la narrativa dominante tende a descrivere. Sotto la superficie di un’identità nazionale a prevalenza persiana si nasconde una realtà multietnica complessa, in cui le minoranze rappresentano tra quasi la metà della popolazione totale, concentrate per lo più nelle regioni di confine. È la tesi centrale dell’analisi firmata dal generale in congedo Corneliu Pivariu per l’International Institute for Middle East and Balkan Studies (IFIMES) di Lubiana, pubblicata il 12 marzo scorso, che mappa le faglie etniche della Repubblica Islamica e ne valuta il potenziale geopolitico in un eventuale scenario di destabilizzazione del regime.
Secondo i dati riportati nello studio, i persiani costituiscono il 60-65% della popolazione iraniana. Il restante 35-40% è composto da azeri (circa il 16-20%), curdi (8-10%), luri, arabi, beluci, turkmeni e altri gruppi minori. La loro distribuzione geografica non è casuale: la maggior parte vive lungo le fasce di confine, in contatto diretto con popolazioni affini in Azerbaijan, Iraq, Turchia, Pakistan e Turkmenistan. Una geografia etnica che genera, secondo Pivariu, tre caratteristiche strategiche precise: continuità etnica transfrontaliera, possibilità di supporto esterno e rischio di frammentazione territoriale in caso di crisi politica grave.
La questione curda: la vulnerabilità più nota.
Tra le minoranze iraniane, quella curda è tradizionalmente considerata la principale vulnerabilità interna del regime. I curdi rappresentano tra gli 8 e i 10 milioni di persone in Iran, concentrate nelle province di Kermanshah e dell’Azerbaijan occidentale, prevalentemente sunniti in uno Stato a maggioranza sciita. Fanno parte di uno spazio nazionale transnazionale che abbraccia Turchia, Iraq, Siria e Iran, per un totale stimato di oltre 30 milioni di persone.
Il movimento curdo iraniano vanta una lunga tradizione politica e militare, dalla Repubblica di Mahabad del 1946, primo Stato curdo moderno, vissuto pochi mesi sotto l’ombrello sovietico, alle organizzazioni attive oggi, come il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (KDPI) e il PJAK, affiliato ideologicamente al PKK turco, entrambi con basi nel Kurdistan iracheno. Nel marzo 2026, in concomitanza con l’escalation del conflitto regionale, l’Iran ha condotto una serie di attacchi missilistici e con droni contro basi di questi gruppi nelle aree di Erbil, Koya e Sulaymaniyah, accusandoli di preparare incursioni transfrontaliere.
Nonostante questo profilo, Pivariu ridimensiona il ruolo dei curdi come vettore principale di un eventuale cambio di regime: “Lo scenario più realistico è quello in cui i movimenti curdi vengono utilizzati come elemento di pressione periferica, mentre l’evoluzione decisiva dipenderebbe dalle dinamiche della crisi all’interno dell’élite dirigente a Teheran”.
Il rischio azerbaigiano: più profondo e sottovalutato.
È su un altro fronte che l’analisi introduce un elemento di maggiore originalità. Secondo Pivariu, la minoranza azera rappresenta un rischio sistemico potenzialmente più significativo di quello curdo, per ragioni demografiche, geografiche e politiche. Gli azeri sono quasi il doppio dei curdi per numero, sono concentrati in modo compatto nel nordovest del Paese, una regione che include importanti centri urbani ed economici, e mantengono legami etnici e culturali diretti con la Repubblica dell’Azerbaijan, Stato sovrano confinante.
Sebbene la loro integrazione nell’apparato statale iraniano sia storicamente più elevata rispetto ad altre minoranze, e il potenziale secessionista appaia oggi contenuto, la dimensione strategica di questa comunità è stata resa ancora più visibile dalle recenti tensioni tra Teheran e Baku. Il 5 marzo 2026, dopo che droni provenienti dall’Iran avrebbero colpito obiettivi nella regione del Nakhchivan, il presidente azero Ilham Aliyev ha definito l’episodio un atto di terrorismo e convocato il Consiglio di Sicurezza nazionale. Le autorità iraniane hanno negato ogni responsabilità diretta, ma l’incidente illustra, secondo l’analista, quanto rapidamente le relazioni tra i due Paesi possano deteriorarsi, con potenziali riverberi sulla popolazione azera in territorio iraniano.
I limiti della destabilizzazione etnica.
L’analisi non si limita a mappare le vulnerabilità: ne valuta anche i limiti. L’identità nazionale iraniana, pur in un contesto multietnico, resta un fattore di coesione rilevante. Molti appartenenti alle minoranze si identificano anche con lo Stato iraniano, il che riduce il potenziale di mobilitazione separatista. Le organizzazioni politiche e militari delle minoranze sono spesso frammentate e rivali tra loro. L’apparato di sicurezza del regime, in primo luogo i Pasdaran, è consolidato e ramificato. E infine, una parte significativa della società iraniana teme il cosiddetto scenario jugoslavo: la prospettiva di una disintegrazione statale violenta funziona, paradossalmente, come argomento a favore della stabilità.
foto U.S. Army National Guard foto di Sgt. Michael Schwenk
