Iran, Hegseth e la retorica del predatore: “Non abbiamo iniziato noi”
“Non siamo stati noi a iniziare”. Bastano cinque parole per misurare l’audacia — o forse l’impudenza — di Pete Hegseth, responsabile del “dipertimento della guerra” (un nome una garanzia) degli Stati Uniti, che affida a un post su X la giustificazione morale di un attacco militare su larga scala contro un paese sovrano.
Il ragionamento è semplice, quasi elementare nella sua cinica costruzione: Washington non ha cominciato il conflitto con l’Iran, ma “lo finirà”. Una dichiarazione che suonerebbe convincente se non fosse per un piccolo, fastidioso dettaglio: sono stati gli Stati Uniti e Israele a lanciare (per la seconda volta in 7 mesi) un’operazione militare contro il territorio iraniano, colpendo alcune delle principali città del Paese, inclusa la capitale Teheran. La stessa Guida Suprema Ali Khamenei è morta in un attacco alla sua residenza. Chi si mette di traverso viene neutralizzato dalle nazioni democratiche. Questo è il dato che si conferma anche oggi.
Il linguaggio dell’aggressore.
Il post di Hegseth è un manuale del doppio standard geopolitico. “Non tollereremo missili potenti diretti contro il popolo americano”, scrive il capo del Pentagono, descrivendo come autodifesa quello che per il diritto internazionale avrebbe tutta l’aria di un atto di guerra preventivo e non provocato, almeno nell’immediato. La marina iraniana “sarà distrutta”, la produzione missilistica “sarà distrutta”, e l’Iran “non avrà mai un’arma nucleare”. Il tutto condito dalla promessa trumpiana di dare la caccia e uccidere chiunque minacci un americano “ovunque nel mondo”. Insomma, iraniani subite e non reagite!
Un linguaggio da sceriffo globale che Washington usa da decenni, con la differenza che stavolta le bombe sono cadute su una capitale di quasi dieci milioni di abitanti, e il mondo intero – dall’Asia al Medio Oriente, dall’Europa ai paesi del Golfo – sta guardando con occhi ben aperti.
Le conseguenze che Hegseth non menziona.
Quello che il Segretario alla Difesa omette nel suo proclama social è altrettanto eloquente. Omette che le Guardie della Rivoluzione hanno già lanciato una vasta operazione di ritorsione con missili e droni. Omette che le sirene antiaeree hanno suonato nell’area di Tel Aviv. Omette che le basi militari americane in Bahrain, Giordania, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita sono state prese di mira, trascinando nell’incendio l’intera regione del Golfo. Omette che numerosi paesi stanno chiudendo il loro spazio aereo e che le compagnie aeree sospendono i voli, con ripercussioni immediate su milioni di civili.
Quello che invece non si può omettere è la realtà: un conflitto su scala potenzialmente devastante è in corso, innescato da Washington e Tel Aviv con la giustificazione di “presunte minacce missilistiche e nucleari”, definizione prudente persino per la Casa Bianca stessa, che usa il termine “alleged”, ovvero presunte.
C’è qualcosa di profondamente familiare in tutto questo. Le armi di distruzione di massa in Iraq non furono mai trovate. Le giustificazioni per decenni di interventi militari nel Grande Medio Oriente si sono dissolte nel tempo come neve al sole, lasciando dietro di sé macerie, instabilità e milioni di vite spezzate. Oggi Pete Hegseth replica lo stesso schema con una sicurezza che sa di abitudine: annunciare la fine di un conflitto che si è contribuito a scatenare, presentandosi come i pompieri dell’incendio che si è appiccato.
Il problema, questa volta, è che il mondo (si spera) ha la memoria un po’ più lunga.
foto DOW screen capture
