Iran. Bombs and branding: come l’Occidente ha imparato ad amare le sue guerre
“Oggi sarà, ancora una volta, il nostro giorno di attacchi più intenso”. Più caccia, più bombardieri… e più strike. “Stiamo vincendo con brutale efficienza, totale dominio aereo e una volontà indistruttibile”. Chi parla è Pete Hegseth, segretario, o meglio il Segretario del Dipartimento della Guerra (così ha ribattezzato il Pentagono il presidente Donald Trump), nell’undicesimo giorno dell’Operazione Epic Fury contro l’Iran.
Ora provate a immaginare che quelle stesse parole, l’enfasi muscolare, il lessico da blockbuster, l’entusiasmo quasi infantile per la conta dei bersagli colpiti (“più di 5.000 obiettivi”, “oltre 50 navi affondate”, missili ridotti del 90%, droni dell’83%), fossero pronunciate da un leader asiatico con un taglio di capelli insolito, davanti a una fila di generali in divisa, con sullo sfondo lo schermo di un lancio missilistico. Sapete già come lo chiameremmo. Lo chiameremmo pazzo.
E mentre Washington celebra l’Operazione Epic Fury con il linguaggio dei videogiochi, vale la pena chiedersi: la narrazione che per anni ha ridicolizzato per esempio Kim Jong-un, era informazione o propaganda selettiva?
Il doppio standard che non vogliamo vedere.
Per anni i media occidentali, e di riflesso quelli europei e italiani, hanno costruito la figura di Kim Jong-un come un personaggio quasi caricaturale: il dittatore bambino, sovrappeso e capriccioso, ossessionato dai missili come un ragazzino dai fuochi d’artificio. Le sue dichiarazioni belligeranti venivano citate con una punta di irridente incredulità. I suoi lanci missilistici commentati con un misto di allarme e scherno.

Nessuno si è mai fermato a notare la simmetria imbarazzante con ciò che oggi viene presentato come leadership autorevole e rassicurante dall’altra parte del Pacifico. Hegseth parla di “annientamento sistematico” del nemico, di “iraniani codardi” che sparano dai cortili delle scuole, di un’Iran che “sta perdendo male” mentre i vicini “ci hanno dato basi e accesso in una nuova partnership che continuerà a rimodellare la regione”. Trump, nel frattempo, ha battezzato l’operazione con il nome di un film d’azione di serie B: Epic Fury.
La differenza tra le due narrative non sta nella sostanza. Sta solo nel chi la racconta e per chi.
L’analfabetismo funzionale come strumento di consenso.
C’è una domanda che gli europei, e gli italiani in particolare, farebbero bene a porsi: perché siamo attrezzati per riconoscere la propaganda di Pyongyang e così disarmati davanti a quella di Washington? Esiste ancora un credito di riconoscenza nei confronti dei liberatori del mondo dal “nazi-fascismo?”.
La risposta è scomoda. Decenni di informazione selettiva hanno costruito una mappa cognitiva in cui esistono “pazzi con le armi e “leader responsabili con le armi”. I primi vanno fermati, contenuti, ridicolizzati nell’emisfero occidentale. I secondi vanno capiti, supportati e al limite tollerati in nome della democrazia. Il criterio di distinzione non è il comportamento, che spesso è speculare, ma l’appartenenza al campo giusto.
Hegseth che conta i bersagli colpiti con l’entusiasmo di un generale di plastica non fa ridere nessuno. Kim che fa lo stesso viene trasformato in meme. Eppure entrambi stanno descrivendo la stessa cosa: uomini che muoiono, infrastrutture distrutte, popolazioni sotto le bombe. Con una differenza non trascurabile: uno dei due sta operando a 10.000 chilometri da casa propria.
“Non sarà un nation-building”: dove l’abbiamo già sentita questa?
“Questa non è una missione nebulosa e senza fine”, assicura Hegseth, affermando che l’operazione Epic Fury, che ha già portato al bobardamento di uno Stato sovrano e alla morte di oltre 1400 civili, è fatta di “obiettivi chiari e tempi definiti”. Chi ha memoria storica minima, però dovrebbe riconosce il copione: fu recitato in Afghanistan nel 2001, in Iraq nel 2003 e in Libia nel 2011. Ogni volta con la stessa sicurezza. Ogni volta con gli stessi risultati.
L’Europa, spettatrice e complice.
In questo scenario, l’Europa recita il suo ruolo più consueto: quello della spettatrice che commenta a margine, preoccupata ma allineata, critica ma mai abbastanza da fare la differenza. Troppo occupata, come abbiamo visto, a minacciare di tagliare i fondi alla Biennale di Venezia per preoccuparsi davvero di chi decide, a migliaia di chilometri, le sorti di una regione intera.
La vera domanda non è se Hegseth assomigli a Kim Jong-un. La vera domanda è perché, di fronte a narrazioni così simili, la nostra capacità critica si accenda selettivamente, sempre e solo quando il pericolo viene da Est.
foto Navy Petty Officer 1st Class Alexander Kubitza, DOW
