Intelligenza artificiale: la Cina ridisegna l’economia globale del futuro
La Cina sta attraversando una trasformazione economica di portata storica, guidata dall’intelligenza artificiale e dalle tecnologie avanzate. Una svolta destinata a ridefinire gli equilibri globali per i decenni a venire e che nel 2026 ha trovato per la prima volta esplicita consacrazione nel rapporto di lavoro del governo di Pechino, con l’imperativo di costruire “nuove forme di economia intelligente” e approfondire l’iniziativa “AI plus” in tutti i settori produttivi.
I numeri parlano da soli, ricorda Paweł Gałecki dell’IFIMES: il valore del comparto cinese dell’intelligenza artificiale ha superato 1.200 miliardi di yuan, circa 174 miliardi di dollari, nel 2025, con oltre 6.200 imprese specializzate attive nel settore. Un ecosistema che non si limita più a imitare o inseguire l’Occidente, ma che ambisce a dettare i tempi della prossima rivoluzione industriale.
Dall’intelligenza individuale all’intelligenza collettiva.
Al Zhongguancun Forum 2026 di Pechino è stato presentato uno dei salti tecnologici più significativi dell’ultimo decennio: sistemi robotici avanzati capaci di passare dalla cosiddetta “single machine intelligence”, l’intelligenza del singolo dispositivo, alla “swarm intelligence”, ovvero l’intelligenza dello sciame, in cui gruppi di macchine collaborano autonomamente in contesti complessi senza supervisione umana diretta. Un cambio di paradigma che trasforma radicalmente le logiche di organizzazione della produzione industriale.
La strategia cinese prevede ora di applicare sistematicamente questa tecnologia a settori chiave come manifattura, agricoltura, istruzione e sanità, affiancando lo sviluppo di comunità open source, agenti intelligenti e cluster di calcolo ad alta capacità. I punti di forza strutturali della Cina in questa partita sono evidenti: una mole di dati generata da una popolazione di 1,4 miliardi di persone, un sistema industriale completo e una capacità unica di tradurre rapidamente la ricerca teorica in applicazioni economiche concrete.
L’AI entra nella vita quotidiana: anche i nonni ordinano il cibo con il telefono.
Al Boao Forum for Asia 2026, imprenditori e responsabili politici hanno convenuto che l’intelligenza artificiale non è più uno strumento tecnologico autonomo, ma una forza trasformativa che ridefinisce il modo in cui le industrie competono e creano valore. Un esempio emblematico: nel solo periodo delle festività del Capodanno cinese, circa 4 milioni di over 60 hanno utilizzato per la prima volta applicazioni di intelligenza artificiale per ordinare cibo a domicilio. E nelle città di secondo e terzo livello, gli ordini effettuati tramite sistemi di raccomandazione basati sull’AI sono cresciuti in modo significativo, a riprova che la rivoluzione tecnologica non è più appannaggio delle sole metropoli d’élite.
I profitti dell’industria volano: +15,2% nei primi due mesi del 2026.
Sul piano economico, i segnali sono altrettanto robusti. Nei primi due mesi del 2026, i profitti delle grandi imprese industriali cinesi sono cresciuti del 15,2% su base annua, raggiungendo 1.020 miliardi di yuan, con un’accelerazione di 14,6 punti percentuali rispetto all’intero 2025. A trainare la crescita sono i settori emergenti: manifattura avanzata, alta tecnologia, elettronica, ferroviario, cantieristica e macchinari elettrici.
I profitti delle grandi imprese di alta tecnologia hanno addirittura registrato un aumento del 58,7% su base annua. I droni intelligenti hanno segnato +59,3%, i dispositivi intelligenti per veicoli +50%, i dispositivi di consumo intelligenti +31,3%. Il settore dei semiconduttori ha a sua volta trainato la crescita dell’intera filiera a monte e a valle. E per la prima volta dal 2022, i costi operativi delle grandi imprese industriali sono diminuiti in termini cumulativi, segno di un miglioramento strutturale dell’efficienza produttiva.
Le ambizioni cinesi non si fermano ai confini nazionali. Secondo un rapporto presentato al Forum on New Quality Productive Forces and Cross-border Financing 2026 di Lussemburgo, basato su interviste a 100 imprese cinesi operanti in Europa, quasi l’80% delle aziende prevede di aumentare gli investimenti nell’Unione europea nei prossimi tre anni. Il 15% dichiara di volerlo fare in modo sostanziale.
La novità strategica è altrettanto significativa: le imprese cinesi stanno abbandonando il tradizionale modello dell’export per abbracciare un approccio “in Europe, for Europe”, localizzando produzione e innovazione direttamente sul continente. I settori di punta sono veicoli elettrici, energie rinnovabili, intelligenza artificiale e biotecnologie. Gli investimenti si distribuiscono ormai su 18 comparti industriali diversi, a conferma di una presenza sempre più capillare e strutturata.
Tuttavia, non mancano le tensioni. Oltre la metà delle aziende cinesi intervistate indica l’incertezza politica come il principale problema operativo in Europa, davanti ai rischi geopolitici, alle barriere di mercato e alle differenze culturali. Il 72% chiede maggiore stabilità e prevedibilità normativa. I principali ostacoli regolatori identificati sono il GDPR, il Regolamento sulle Sovvenzioni Estere, le misure anti-sussidio sui veicoli elettrici cinesi e il Regolamento UE sulle batterie.
La Cina verde e il ruolo del Global South.
Sul fronte finanziario, Pechino punta a consolidare il proprio ruolo nella finanza verde globale. Al Global South Financiers Forum 2026, la Banca Popolare Cinese ha dichiarato di voler incoraggiare attivamente gli investimenti verdi e a basso contenuto di carbonio nei paesi della Belt and Road Initiative. Lussemburgo, principale centro di compensazione in renminbi fuori dall’Asia, ospita già sette delle maggiori banche commerciali cinesi e l’anno scorso ha facilitato l’emissione di titoli di Stato cinesi per 4 miliardi di euro.
La sfida per l’Europa: partecipare o osservare?
In questo scenario, l’Europa, e in particolare l’Europa centrale, orientale e i Balcani occidentali, si trova di fronte a un bivio strategico. La trasformazione cinese verso un’economia intelligente rappresenta al tempo stesso una sfida competitiva e un’opportunità di cooperazione. La regione centro-orientale del continente potrebbe diventare un hub privilegiato per gli investimenti cinesi in veicoli elettrici, energie rinnovabili, farmaceutica e tecnologia. Ma per farlo dovrà saper bilanciare gli interessi economici nazionali con le esigenze della politica comune europea, e soprattutto, come sottolinea il rapporto dell’esperto dell’IFIMES, imparare a parlare con una voce sola.
La domanda di fondo resta aperta: in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale ridefinisce le regole del gioco e la Cina investe massicciamente nella prossima rivoluzione industriale, l’Europa sceglierà di essere protagonista attiva di questa trasformazione, o si accontenterà del ruolo di spettatore?
foto thewhitehouse.gov
