In ufficio, tre lavoratori su quattro sono insoddisfatti: caldo e spazi inadeguati pesano su benessere e produttività
Un nuovo sondaggio condotto da The Harris Poll per conto di National Business Furniture (NBF) accende i riflettori sulle criticità del ritorno obbligatorio in ufficio, un fenomeno noto come “Great Return” che negli ultimi due anni ha coinvolto un numero crescente di aziende a livello globale. Secondo la rilevazione, condotta su un campione di 1.057 lavoratori dipendenti statunitensi maggiorenni, il 73% di chi è tenuto a lavorare sempre in presenza si dichiara insoddisfatto del proprio spazio di lavoro, con ricadute dirette su comfort, concentrazione e qualità delle relazioni professionali.
I dati mostrano un quadro di disagio diffuso, aggravato dalle ondate di caldo estivo: il 57% degli intervistati fatica a concentrarsi sulle proprie mansioni, il 52% segnala difficoltà nella gestione delle sale riunioni e il 29% riferisce episodi ricorrenti di affaticamento fisico o malessere generale. Il livello di insofferenza verso ambienti di lavoro mal progettati risulta talmente alto che il 76% del campione dichiara di preferire situazioni oggettivamente sgradevoli pur di non trascorrere la giornata in uno spazio inadeguato: il 28% opterebbe per un’ora di attesa al telefono con un servizio clienti, il 25% per il posto centrale in un volo di sei ore e il 24% per la compilazione della propria dichiarazione dei redditi. Il disagio risulta più marcato tra i lavoratori più giovani, tra i 18 e i 34 anni, dove la quota di insoddisfazione sale all’87%. Tra i principali fattori di attrito quotidiano figurano il rumore eccessivo negli ambienti di lavoro (23%), l’affaticamento posturale dovuto a sedute non ergonomiche (23%) e la scarsa privacy (22%).
Nonostante questi segnali, il rientro in presenza resta un trend consolidato su scala globale. Secondo dati riportati da Business Insider, oltre il 50% dei lavoratori impiegati in aziende della Fortune 100 è oggi soggetto a un obbligo di rientro in ufficio, contro appena il 5% di due anni fa. Nello stesso periodo, secondo MarketWatch, la quota media globale di chi lavora da remoto è scesa dal 17,8% di gennaio 2022 all’11,1% di maggio 2026.
In Italia, il tema si intreccia con le criticità strutturali di molte sedi aziendali e con le ondate di calore che caratterizzano i mesi estivi, spingendo diverse imprese a rivedere i propri modelli organizzativi. Tra queste, Zeta Service, società italiana attiva nei servizi di payroll, HR administration e consulenza organizzativa, ha scelto da anni di adottare il full remote per tutto il personale nei mesi di luglio e agosto.
“Per troppo tempo abbiamo discusso dello smart working come se fosse una questione di presenza o assenza dall’ufficio. In realtà il tema è un altro: come progettiamo organizzazioni capaci di far lavorare bene le persone”, spiega Debora Moretti, co-CEO di Zeta Service. Secondo Moretti, la competitività di un’azienda dipende sempre meno dal numero di giorni trascorsi alla scrivania e sempre più dalla qualità dell’esperienza lavorativa offerta al personale.
“Le persone chiedono contesti di lavoro che consentano di esprimere il proprio valore, non modelli fondati sulla presenza come misura dell’impegno”, aggiunge la manager, sottolineando come la frustrazione legata agli spazi di lavoro non riguardi solo il disagio fisico, ma finisca per indebolire anche il coinvolgimento, la motivazione e il senso di appartenenza dei dipendenti.
A sostegno di questa impostazione, il sondaggio rileva che l’83% dei lavoratori si dichiarerebbe più valorizzato dalla propria azienda se le criticità legate all’ambiente di lavoro venissero effettivamente ascoltate e affrontate. “Nei prossimi anni le aziende non saranno valutate solo per ciò che producono, ma anche per il modo in cui fanno lavorare le persone”, conclude Moretti, definendo la scelta del full remote estivo coerente con una visione organizzativa costruita attorno alle esigenze delle persone piuttosto che alle abitudini consolidate.
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