Il veto di Orbán blocca i 90 miliardi all’Ucraina: l’UE cerca una via d’uscita.
Novanta miliardi di euro promessi, un veto ungherese inamovibile e una Commissione europea intrappolata in un vicolo cieco giuridico. È questa la fotografia della crisi che sta logorando Bruxelles, mentre l’Ucraina rischia di non ricevere in tempo i fondi di cui ha disperatamente bisogno per coprire un buco di bilancio previsto per aprile.
I leader europei avevano garantito il prestito lo scorso dicembre. Il premier ungherese Viktor Orbán aveva inizialmente dato il suo assenso, salvo poi fare retromarcia. E le regole dell’UE sono chiare: per questo tipo di operazione, finanziata tramite indebitamento comunitario, serve il consenso unanime di tutti e 27 i governi membri.
La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dichiarato con fermezza di voler “consegnare il prestito in un modo o nell’altro”, assicurando di avere “diverse opzioni” a disposizione. Ma dietro le dichiarazioni pubbliche ottimistiche si nasconde una realtà ben più complicata:. Non c’è, ad oggi, nessuna soluzione giuridica chiara per Ursula.
L’ipotesi più discussa è quella dell’Articolo 7 del Trattato UE, che consentirebbe la sospensione dei diritti di voto di un Paese membro, permettendo agli altri 26 di procedere. Ma la strada è sbarrata: servirebbe l’accordo degli altri leader del Consiglio europeo, e né il premier slovacco Robert Fico né il ceco Andrej Babiš sembrano disposti a sostenere una misura così drastica contro Budapest.
Un’altra opzione sul tavolo è la cosiddetta “cooperazione rafforzata”, che permetterebbe a un gruppo ristretto di Paesi di procedere con votazione a maggioranza qualificata. Ma anche in questo caso emergono ostacoli insormontabili: alcune decisioni collegate allo sblocco del prestito richiedono comunque l’unanimità e l’Ungheria è pronta a bloccarle.
Se le scappatoie legali si rivelano impraticabili, rimane la strada diplomatica: convincere Orbán a cambiare idea. E qui entra in gioco il gasdotto Druzhba, il vecchio oleodotto che trasporta petrolio dalla Russia orientale all’Europa centrale, fermo dall’inizio di gennaio.
Budapest accusa Kiev di aver provocato una crisi energetica in Ungheria rifiutandosi di ripristinare il flusso di greggio russo. È questa la condizione che Orbán pone per togliere il veto al prestito e al ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. L’Ucraina sostiene che il gasdotto sia stato danneggiato da un attacco russo e che le riparazioni siano pericolose da eseguire in zona di guerra.
La Commissione ha appoggiato l’idea di una missione di ispezione sul campo, anche se organizzarla si sta rivelando tutt’altro che semplice. Ungheria e Slovacchia insistono per poter scegliere direttamente i delegati da inviare in un’area sensibile del territorio ucraino, una pretesa che complica ulteriormente i negoziati.
In questo scenario, persino il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sembra aver accettato l’amara realtà. Giovedì, parlando con i giornalisti, ha ammesso che l’Ucraina potrebbe, a malincuore, procedere al ripristino del gasdotto pur di sbloccare i fondi europei. “Onestamente, preferirei non farlo”, ha dichiarato. “Ma dato che il prestito UE da 90 miliardi verrà bloccato senza il ripristino dell’oleodotto, il ripristino del Druzhba è possibile entro un mese e mezzo”.
Non è la prima volta che la Commissione si trova a fare i conti con promesse difficili da mantenere. L’anno scorso, von der Leyen aveva sostenuto con sicurezza il piano di utilizzare i beni russi congelati in Europa per finanziare il sostegno a Kiev, assicurando che tutti i Paesi membri avrebbero alla fine accettato. Il progetto naufragò per il no del Belgio, che custodisce la grande maggioranza di quei fondi, timoroso di ritorsioni legali e finanziarie da parte di Mosca, in quello che fu un sonoro smacco per la Commissione.
L’UE spera ora di trovare una soluzione entro il vertice dei leader europei del 19 marzo. La bozza delle conclusioni del summit parla di “primo esborso all’Ucraina entro l’inizio di aprile”. Ma la strada per arrivarci resta irta di ostacoli.
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