7 Marzo 2026
Politica

Il Tg delle Politiche giovanili: la propaganda di Stato usa i giovani?

C’è qualcosa di profondamente stonato nel vedere la disinformazione di Stato utilizzare i giovani con l’obiettivo di sostenere il solito messaggio retorico “sull’attenzione verso i giovani” da parte della classe dirigente. Succede con il “Tg delle politiche giovanili”, ultima trovata comunicativa del Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale: sigla frizzante, grafiche “friendly”, giovani cronisti sorridenti. Un format pensato per sembrare fresco e vicino ai ragazzi, ma che finisce per trasformarsi nell’ennesima vetrina autoreferenziale del governo di turno.

Nella quarta puntata, infatti, si celebra con toni trionfalistici la nuova legge delega sulle politiche giovanili e l’istituzione di un osservatorio che dovrebbe monitorarne l’impatto (ricordando che il Consiglio nazionale dei giovani non é servito a grnaché come organo consultivo del Governo). Tutto magnifico come ripetono i giovani “vecchi” prestati alla narrazione autocelebrativa del tg, probabilmente ignari di quanto il racconto ufficiale sia distante dalla realtà. Perché mentre lo schermo diffonde ottimismo preconfezionato sulle “presunte politiche per i giovani”, fuori da quello studio patinato i giovani continuano a essere oggetto – non soggetto – delle politiche che li riguardano.

Il problema non è certo la buona fede dei ragazzi che prestano volto e voce al format (si spera che crescendo prima di prendere un microfono si studi anche un po’ qualche normativa e funzionamento di fondi nazionali). Loro sono l’ultima ruota di un meccanismo che produce consenso più che partecipazione. Il nodo è la narrazione tossica che cancella ogni contraddizione e trasforma decisioni calate dall’alto in esempi di ascolto e dialogo.

Prendiamo il Fondo nazionale per le politiche giovanili: decine di milioni distribuiti tra governo, regioni, comuni, città metropolitane e province. Risorse importanti, almeno sulla carta. Ma gestite ogni anno con logiche verticistiche, senza un reale coinvolgimento delle organizzazioni giovanili e dei destinatari finali: i giovani. Un fiume di denaro pubblico speso senza un confronto strutturato con chi dovrebbe beneficiarne. Ma, di questo, nel Tg patinato del dipartimento, non c’è traccia. Nel mondo parallelo del notiziario istituzionale tutto viene rimosso, sostituito da interviste compiacenti e da un entusiasmo di maniera.

Emblematiche le parole del ministro Andrea Abodi, intervistato in un clima ovattato, tipico delle interviste protette: “Dare spazio e ascolto ai giovani”, dice. Peccato che proprio la governance del Fondo nazionale (rimasto immutato nella governance fin dalla vittoria del centrodestra lo scorso 2022) dimostri l’esatto contrario: decisioni prese nei palazzi, bandi costruiti senza consultazione, progettualità calate sui territori come pacchi postali. Altro che partecipazione. Altro che “spazio all’ascolto dei giovani”.

Il risultato, non dovrebbe sorprendere, è un prodotto di comunicazione poco seguito – basti guardare le visualizzazioni su YouTube – ma comunque pericoloso. Perché normalizza l’idea che le politiche giovanili siano materia per addetti ai lavori, non per i giovani stessi. Trasforma l’assenza di confronto in virtù, la mancanza di trasparenza in storytelling.

Dietro i cartoon e i sorrisi c’è un messaggio chiaro: una narrazione che infantilizza i giovani e li riduce a pubblico da intrattenere, non a cittadini da coinvolgere.

Se davvero si vuole “dare ascolto”, la prima puntata da riscrivere è quella della governance: aprire i processi decisionali, rendere trasparente la gestione dei fondi, riconoscere un ruolo reale alle organizzazioni giovanili indipendenti. Tutto il resto – sigle accattivanti, grafiche colorate, tg in formato teen – è solo maquillage di Stato.

E la gioventù italiana meriterebbe molto di più di un cartone animato travestito da informazione.

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