14 Ottobre 2026
Europa

Il Parlamento Europeo vuole insegnare ai cittadini a navigare nell’era della disinformazione.

Il 97% dei giovani europei usa internet ogni giorno. Per la fascia 15-24 anni, i social media sono diventati la principale fonte di informazione. In questo contesto, saper distinguere una notizia verificata da un contenuto manipolato non è più una competenza opzionale, è una necessità democratica. È la premessa della bozza di risoluzione elaborata dalla commissione Cultura e Istruzione del Parlamento Europeo, a firma del relatore Marcos Ros Sempere, che chiede una strategia europea coordinata per l’alfabetizzazione mediatica e l’apprendimento digitale.

Il problema: una generazione esposta senza strumenti.

Il documento parte da una diagnosi preoccupante. I giovani consumano contenuti in modo sempre più frammentato, guidati da algoritmi, feed personalizzati e logiche di raccomandazione automatica che costruiscono bolle informative difficili da riconoscere dall’interno. La cosiddetta “scrolling culture”, l’abitudine a scorrere contenuti brevi e veloci, riduce l’attenzione critica e aumenta l’esposizione a disinformazione, propaganda antidemocratica e manipolazione.

I rischi non sono solo informativi. La bozza elenca con precisione i pericoli legati all’esposizione precoce e non guidata al digitale: cyberbullismo, sextortion, disturbi del sonno e dell’alimentazione, sottosviluppo sociale ed emotivo, riduzione della capacità di attenzione, radicalizzazione. I minori sono identificati come il gruppo più vulnerabile, ma il documento sottolinea che anche anziani, persone in condizioni di marginalità e altri gruppi fragili sono esposti a rischi specifici, incluse le truffe finanziarie online e le interferenze straniere.

La proposta: alfabetizzazione dalla scuola primaria, per tutta la vita.

Il cuore della risoluzione è una richiesta chiara agli Stati membri: inserire l’alfabetizzazione mediatica e digitale nei curricula scolastici fin dalla scuola primaria, con un approccio continuo che accompagni i cittadini lungo tutto l’arco della vita. Non si tratta solo di insegnare a usare uno smartphone o a fare una ricerca online: la bozza definisce la media literacy come un insieme di competenze cognitive, tecniche e sociali che includono pensiero critico, creatività, consapevolezza di sé e partecipazione responsabile all’ambiente digitale.

Cruciale, secondo il documento, è evitare il paradosso opposto: introdurre strumenti digitali prima che i ragazzi abbiano sviluppato le competenze di base con strumenti analogici. La Commissione viene invitata a valutare l’impatto dei dispositivi digitali in classe sugli esiti di apprendimento, lo sviluppo cognitivo e i livelli di attenzione, e a proporre restrizioni o divieti mirati, specialmente nella prima infanzia, laddove l’evidenza scientifica lo giustifichi.

Le piattaforme devono fare di più.

La bozza non risparmia le grandi piattaforme digitali. I gestori di servizi online di grandi dimensioni vengono esplicitamente chiamati a valutare l’impatto dei propri sistemi sulla capacità degli utenti, soprattutto i minori, di consumare, creare e interagire con i contenuti in modo critico e consapevole. Il Digital Services Act e la Direttiva sui servizi di media audiovisivi vengono indicati come strumenti già disponibili, ma che necessitano di applicazione più rigorosa e di aggiornamenti mirati.

Tra le richieste concrete: etichettatura trasparente dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale, estensione delle regole sui contenuti anche agli influencer, nuovi attori mediatici con un’influenza crescente sull’opinione pubblica, soprattutto giovanile, e misure di mitigazione dei rischi sistemici legati all’insufficiente alfabetizzazione degli utenti.

Un’Europa frammentata che deve coordinarsi.

Uno dei problemi centrali individuati dalla relazione è la disomogeneità tra gli Stati membri: i livelli di integrazione dell’educazione mediatica nei curricula scolastici variano enormemente, così come le risorse dedicate e il quadro istituzionale di riferimento. Il relatore Ros Sempere chiede un approccio europeo coordinato, con fondi stabili e dedicati, meccanismi di monitoraggio sistematici e il coinvolgimento attivo di insegnanti, genitori, organizzazioni giovanili, ricercatori e specialisti di salute mentale nella progettazione dei programmi.

Tra le proposte operative: una Settimana europea dell’alfabetizzazione mediatica come evento annuale di riferimento, il rafforzamento dei Centri per un internet più sicuro e una roadmap per l’educazione digitale al 2030 che ponga la media literacy al centro, non come accessorio, ma come pilastro.

Democrazia e informazione: un legame sempre più fragile.

Il contesto geopolitico non è assente dalla relazione. In un’epoca di attacchi ibridi, interferenze straniere e campagne di disinformazione orchestrate, la capacità dei cittadini di analizzare criticamente le informazioni è presentata come una questione di sicurezza democratica, non solo di benessere individuale. Cittadini più alfabetizzati mediaticamente significano democrazie più resilienti, media plurali più sostenibili economicamente e spazi pubblici meno vulnerabili alla manipolazione.

Ma, come spesso capita dalle parti delle istituzioni europee, manca sempre un pò di autocritica verso le cosiddette “spendite di denaro europeo” per il finanziamento di progetti acritici ed estemporanei da parte delle varie agenzie europee responsabili per i programmi CERV, Erasmus+, Esc e Creative Europe. Contesti dove regna l’analfabetismo critico dei valutatori e una regola d’oro: non finanziare le proposte progettuali sostanziali e critiche nel merito delle politiche europee. Chi prende soldi in Ue deve parlare la lingua dei burocrati europei. E’ un dato incontrovertibile.

A queste condizioni, però, oltre a minare fondamentalmente la credibilità dell’Ue, dalla società civile foraggiata possono solo emergere “iniziative edulcorate” e prive di impatto.

Foto di memyselfaneye da Pixabay.com