Il paradosso della Brexit: come l’uscita dall’UE ha portato a un aumento delle migrazioni nel Regno Unito.
La migrazione è stata uno dei temi chiave nel dibattito politico che ha portato al referendum sulla Brexit e continua a influenzare profondamente il contesto migratorio britannico, anche dopo l’uscita dall’Unione Europea. Sebbene molti cittadini britannici abbiano votato per lasciare l’UE per riacquistare controllo sui flussi migratori e per rispondere a preoccupazioni legate a economia e sicurezza, il risultato è paradossale: il Regno Unito oggi attira più migranti rispetto al periodo precedente al voto del 2016.
Fino agli anni 2000, la migrazione era poco sentita come problema dalla maggioranza degli inglesi. Ma l’allargamento dell’UE nel 2004 e 2008, che portò all’adesione di molti Paesi dell’Est Europa, determinò un’impennata dei flussi migratori verso il Regno Unito. Da un saldo migratorio praticamente nullo nel 2000 (6.000 persone), si passò a 282.400 migranti netti provenienti dall’UE nel 2014.
Questo aumento alimentò le paure e i sentimenti euroscettici, con partiti come UKIP che cavalcarono il tema dell’immigrazione, spingendo il premier David Cameron a indire il referendum del 2016. Un sondaggio pubblicato pochi giorni prima della consultazione mostrava come per il 48% degli intervistati l’immigrazione fosse la preoccupazione principale, seguita dalla paura nei confronti dell’Unione Europea stessa.
Dopo il referendum, ma prima della definitiva uscita dall’UE, il Regno Unito mantenne un periodo transitorio fino al 31 dicembre 2020. Durante questo arco temporale, il saldo migratorio da Paesi UE diminuì costantemente, passando da 231.800 nel 2017 a 55.000 nel 2020.
Con la Brexit definitiva entrata in vigore il 31 gennaio 2020, e la fine del periodo di transizione a fine anno, il Regno Unito ha adottato un sistema a punti per tutti i migranti, europeo e non europeo, abbandonando la libertà di circolazione per i cittadini UE (esclusi quelli irlandesi). Questo sistema privilegia lavoratori qualificati, studenti internazionali e migranti umanitari, mentre è diventato più difficile per i cittadini UE trasferirsi e lavorare liberamente nel Regno Unito.
Nonostante le nuove restrizioni, la migrazione verso il Regno Unito è aumentata. Il picco si è registrato nel 2023 con oltre 900.000 migranti netti, in calo poi a circa 728.000 nel 2024. L’analisi dei dati rivela che gran parte di questi nuovi arrivi è costituita da studenti internazionali, lavoratori qualificati (in particolare nel settore sanitario e assistenziale) e rifugiati umanitari, specialmente provenienti dall’Ucraina e da Hong Kong.
Il Regno Unito ha infatti reintrodotto visti post-studio per studenti internazionali, rendendo il Paese una meta più attrattiva per i giovani stranieri. Inoltre, il sistema di immigrazione è stato ammorbidito per facilitare l’ingresso di lavoratori non UE, mentre è diventato più severo nei confronti dei cittadini europei.
Parallelamente, la migrazione da Paesi UE è drasticamente calata e, dal 2021, il saldo migratorio con l’Europa è negativo, riflettendo la riduzione di attrattività dovuta alle nuove regole e al deprezzamento della sterlina. Solo il 5% dei visti concessi tra il 2021 e il 2023 sono stati a cittadini UE, mentre le iscrizioni universitarie di studenti europei sono diminuite del 53% a causa della perdita dello status di “home fee” e dell’aumento delle tasse universitarie.
La composizione demografica dei migranti è cambiata: i migranti UE tendono ad essere più giovani e con tassi di occupazione più alti rispetto ai non-UE. Tuttavia, la maggior parte dei nuovi migranti proviene ora da fuori Europa, con gruppi di età e motivazioni differenti, spesso legate a studio e lavoro.
Un ulteriore problema riguarda l’aumento della migrazione irregolare: dal 2018 a oggi, il numero di persone che attraversano la Manica in piccoli battelli è passato da poche centinaia a quasi 30.000 nel 2023. Parallelamente, le domande di asilo sono salite a livelli record, con oltre 84.000 richieste nel 2024, un numero che non si vedeva dal 2002.
L’uscita dall’UE ha comportato la cessazione del regolamento di Dublino, che permetteva di rispedire al primo Paese europeo di arrivo i richiedenti asilo, complicando la gestione dei flussi e l’applicazione delle norme comuni.
Negli ultimi mesi, il governo britannico ha introdotto ulteriori restrizioni: per esempio, i lavoratori stranieri del settore sociale non possono più portare con sé i familiari. Dal maggio 2025, per ottenere la residenza permanente sarà necessario risiedere in UK per 10 anni (anziché 5) e gli accompagnatori di lavoratori dovranno superare un test di lingua inglese.
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