Il nuovo presidente siriano in visita a Mosca: l’ennesimo errore diplomatico tra Occidente e Oriente.
Il presidente ad interim della Siria, Ahmed al-Sharaa, oggi è atteso a Mosca per la sua prima visita ufficiale da quando ha assunto (con la forza) la guida del Paese. L’annuncio, diffuso dal quotidiano siriano Al-Watan, segna un nuovo capitolo nei rapporti tra Damasco e il Cremlino — un capitolo che, tuttavia, evidenzia ancora una volta la miopia geopolitica tanto dell’Occidente quanto dell’Oriente, entrambi pronti a legittimare un leader discusso, visti i precedenti da terrorista, per convenienza economica e strategica.
Mosca-Damasco: un’alleanza che non conosce memoria.
La visita di al-Sharaa avviene a poco più di due mesi da quella di una delegazione siriana guidata dal ministro degli Esteri Asaad al-Shaibani, ricevuta il 31 luglio nella capitale russa.
Tra i membri del gruppo figuravano anche il ministro della Difesa Murhaf Abu Qasra, il capo dell’intelligence Hussein al-Salama e alti funzionari del governo.
Durante il soggiorno, la delegazione aveva incontrato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, il ministro della Difesa Andrey Belousov e infine Vladimir Putin al Cremlino.
Secondo Damasco, quell’incontro avrebbe gettato le basi per “il rilancio delle relazioni siriano-russe” e per rafforzare il ruolo regionale della Siria, ormai uscita dall’isolamento diplomatico imposto negli anni della guerra civile.
Ma il punto resta uno: anche Mosca continua a presentare la Siria di al-Jolani come un partner legittimo, dimenticando il passato da terrorista dell’ex uomo di al-Qāʿida.
Lavrov e la strategia delle basi: la geopolitica che copre il sangue.
Nel corso di una recente conferenza con i media arabi, il ministro russo Sergey Lavrov ha dichiarato che Damasco intende mantenere le basi militari russe sul territorio siriano, pur ipotizzandone una riorganizzazione “in base alle nuove realtà”.
Una frase apparentemente diplomatica che nasconde la realtà: la Siria resta una pedina strategica per il controllo del Mediterraneo orientale, un corridoio militare ed energetico conteso tanto da Mosca quanto da potenze occidentali.
Tra illusioni e interessi: l’errore condiviso di Est e Ovest.
Mentre Mosca apre le porte ad al-Sharaa in nome della “stabilità regionale”, le cancellerie occidentali restano immobili o complici, impegnate in altri teatri di guerra o di profitto.
Da anni, il gioco geopolitico si ripete: il sostegno a figure autoritarie viene giustificato con la necessità di garantire sicurezza o equilibri economici, cancellando le responsabilità politiche e umanitarie. Il tutto, come la storia insegna, a tutto vantaggio di interessi “poco puliti”.
Così, tanto a Est quanto a Ovest, si continua a ripulire l’immagine di un Paese guidato da apparati che hanno represso, incarcerato e ridotto alla fame la propria popolazione, solo perché utile nelle logiche di potere e nelle rotte del petrolio.
Un viaggio simbolico, un errore politico.
La visita del presidente ad interim siriano a Mosca non è solo un gesto diplomatico: è il simbolo di un mondo che non impara dai propri errori.
Un mondo in cui la realpolitik prevale sulla memoria e in cui il sostegno a “terroristi ripuliti” diventa accettabile se garantisce stabilità, contratti e influenza.
L’appuntamento di oggi, dunque, sarà ricordato (purtroppo non da tutti) non tanto come un passo verso la pace, quanto come un altro atto di ipocrisia condivisa, in cui Est e Ovest tornano a stringere la mano a chi ha costruito il proprio potere sul terrore.
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