17 Marzo 2026
EuropaPolitica

Il ministro bloccato a Dubai: la metafora di un’Italia ai margini del Mondo

Mentre i missili iraniani colpivano Palm Jumeirah e gli spazi aerei del Golfo si chiudevano uno dopo l’altro, il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto era fermo a Dubai. Non come osservatore diplomatico, non come rappresentante di un Paese coinvolto nelle trattative, ma come turista, bloccato con la sua famiglia in attesa che riaprissero i voli civili.

L’Italia aveva il suo ministro della Difesa isolato a Dubai come un qualsiasi viaggiatore, mentre Usa e Israele lanciavano un’azione militare senza precedenti contro l’Iran e Teheran rispondeva con missili sui Paesi del Golfo.Un’immagine che, al di là delle polemiche di cortile sulla gestione della crisi, rivela qualcosa di molto più profondo: la marginalità strutturale dell’Italia nello scacchiere mediorientale.

Non sapevano niente.

Il dettaglio più imbarazzante non è la presenza di Crosetto a Dubai. Il dettaglio più imbarazzante è che non sapeva di essere in una zona di guerra.

Il ministro stesso ha dichiarato di non poter “strumentalizzare una situazione creatasi per eventi che non erano considerati tra le ipotesi di risposta dell’Iran”, perché nell’ultima crisi più violenta gli Emirati erano stati esclusi dalla reazione e l’aeroporto di Dubai era rimasto aperto. Una spiegazione tecnica plausibile, ma che non regge all’esame geopolitico: se l’Italia fosse davvero un interlocutore rilevante per Washington o Tel Aviv, qualcuno avrebbe probabilmente avvertito Roma – o almeno avrebbe avvertito il suo ministro della Difesa – di quanto stava per accadere.

I parlamentari del Movimento 5 Stelle hanno centrato la questione: “Vogliamo sapere come è possibile che il ministro della Difesa italiano, di uno dei Paesi più importanti dell’alleanza Atlantica, sia rimasto bloccato a Dubai. Questa storia dà la misura della totale assenza di considerazione internazionale dell’esecutivo Meloni, evidentemente tenuto allo scuro anche su vicende macroscopiche come queste”. Ma c’è poco da polemizzare tra destra e sinistra. La vicenda avrebbe colpito anche un ministro di un governo di segno opposto. Il tema è la marginalità dell’Italia.

La domanda non è retorica. Nei circoli diplomatici che contano davvero, le operazioni militari di questa portata vengono precedute da consultazioni, almeno con gli alleati che si vuole tenere a bordo. Il fatto che Roma non abbia ricevuto alcun preavviso, neanche informale, dice tutto.

Il ponte di Meloni e la zattera alla deriva

Lo stesso ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ammesso candidamente di non sapere che Crosetto fosse a Dubai: “Personalmente non sapevo” che il collega si trovasse nel Paese del Golfo. Due ministri chiave del governo italiano – Difesa ed Esteri – che si scoprono vicendevolmente all’oscuro. Non si tratta di una disorganizzazione interna: si tratta del segnale di un esecutivo che non è inserito nei canali informativi che contano.

Giorgia Meloni ha costruito la sua strategia di politica estera sull’ambizione di essere il “ponte” tra Europa e Stati Uniti, sull’asse privilegiato con Trump, sulla visibilità internazionale come leva di legittimazione interna. Come ha osservato il segretario di Più Europa Riccardo Magi, “quello che è accaduto dimostra che l’Italia, dopo essersi auto-isolata in Europa per baciare la pantofola di Trump, è stata scaricata persino dal presidente americano, segnale che quel ponte che Meloni voleva costruire è in realtà una zattera alla deriva tra le due sponde dell’Atlantico”.

La metafora è crudele ma calzante. Essere “ponte” tra sponde significa essere indispensabile ad entrambe. Ma se nessuna delle due ti avvisa quando sta per scoppiare una guerra, forse il ponte non lo stai costruendo tu: lo stai solo guardando costruire dagli altri.

La marginalità italiana in Medio Oriente: radici profonde.

L’episodio Crosetto non è una causa: è un sintomo. L’Italia ha una lunga storia di presenza nel Mediterraneo e nel Medio Oriente – i caschi blu in Libano, le basi militari a Gibuti e in Kuwait, le relazioni commerciali con il Golfo – ma questa presenza fisica non si è mai tradotta in peso politico reale.

Le ragioni sono strutturali. L’Italia è troppo dipendente dagli Stati Uniti per permettersi posizioni autonome, troppo divisa internamente per elaborare una strategia coerente, troppo concentrata sull’Europa per investire davvero in una proiezione mediorientale. Ogni governo, di qualsiasi colore, ha praticato una politica estera di bassa intensità, riempita di viaggi, dichiarazioni e accordi commerciali che non si traducono mai in influenza reale sui dossier che contano.

In questa crisi specifica – l’escalation Iran-Usa-Israele – l’Italia è semplicemente assente dal quadro decisionale. Non perché qualcuno l’abbia deliberatamente esclusa ma perché nessuno si è preoccupato di includerla.

Israele, USA e la geometria dell’affidabilità.

C’è un’altra dimensione che merita riflessione, scomoda quanto necessaria: il rapporto tra Roma e i due principali artefici dell’operazione contro l’Iran, Washington e Tel Aviv.

Gli Stati Uniti percepiscono l’Italia come un alleato affidabile sul piano militare – le basi di Aviano, Sigonella, Vicenza sono preziose – ma come un interlocutore politico di secondo piano, troppo volubile, troppo esposto alle pressioni russe e cinesi per essere coinvolto nei circuiti diplomatici riservati. Il governo Meloni ha cercato di rimediare con l’asse diretto con Trump, ma i rapporti personali non sostituiscono le architetture istituzionali: e nelle istituzioni americane, l’Italia resta ai margini del processo decisionale mediorientale.

Quanto a Israele, i rapporti con Roma sono cordiali ma non strategici. Meloni ha mostrato solidarietà a Israele dopo il 7 ottobre 2023, ma l’Italia non ha mai avuto un ruolo rilevante nelle mediazioni sul conflitto, né è stata cercata come sponda diplomatica da Tel Aviv nei momenti cruciali. Si tratta di una relazione da spettatore: si guarda, si commenta, si esprimono posizioni, ma non si decide nulla.

Un ministro via terra, verso l’Oman

L’immagine è quasi teatrale nella sua involontaria eloquenza: il ministro della Difesa di un Paese del G7, membro fondatore della NATO, che attraversa il deserto arabo in auto per trovare uno spazio aereo aperto, mentre a poche centinaia di chilometri si decide il futuro dell’ordine regionale mediorientale senza che nessuno si sia degnato di avvertirlo.

Non è una questione di vacanze nei posti sbagliati. È la fotografia di un Paese che è presente nei luoghi dove accade la storia, ma assente nelle stanze dove la storia si fa.

foto Regione Marche