13 Agosto 2026
Europa

Il Digital Services Act censura le opinioni politiche

Il Digital Services Act è uno strumento per proteggere i cittadini europei o un meccanismo per silenziare le opinioni scomode? È questa, in sostanza, la domanda che tre distinti gruppi di europarlamentari hanno posto alla Commissione europea, forti di un documento che arriva dall’altra parte dell’Atlantico: il rapporto “The Foreign Censorship Threat, Part II” pubblicato il 3 febbraio dalla Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti.

Il documento americano accusa la Commissione europea di aver usato la pressione regolatoria del DSA per influenzare sistematicamente la moderazione di contenuti politici da parte delle grandi piattaforme online, con effetti potenziali sugli esiti elettorali negli Stati membri.

Si sprecano le interrogazioni al Parlamento europeo

La prima interrogazione, firmata da sei eurodeputati del gruppo Patrioti per l’Europa (PfE), pone il problema in termini istituzionali: la Commissione non genera un conflitto d’interessi strutturale quando è al tempo stesso attore politico e arbitro del DSA? Come si può applicare la legge ai contenuti politici durante le elezioni senza violare gli articoli 10 e 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, che tutelano libertà di espressione e informazione? E la Commissione è disposta a pubblicare tutte le comunicazioni con le piattaforme relative a contenuti politici ed elettorali?

La seconda interrogazione, firmata dall’eurodeputato non iscritto Erik Kaliňák, è più diretta e polemica. Il deputato cita un episodio specifico: prima delle elezioni slovacche del 2023, la Commissione avrebbe pressato TikTok affinché rimuovesse contenuti come “CI sono solo due generi” o “fermata l’agenda transgender per i bambini”, posizioni che la stessa TikTok aveva descritto come comuni in Slovacchia ma che la Commissione avrebbe etichettato come “contenuti d’odio”. Kaliňák chiede se il DSA serva davvero i cittadini europei, chi rappresenti realmente la Commissione quando teme la voce dei cittadini e, senza mezzi termini, se non sia giunto il momento per von der Leyen di lasciare.

La terza interrogazione, a firma dell’eurodeputato polacco Piotr Müller (ECR), affronta invece il tema della trasparenza procedurale: esistono regole vincolanti che governino la documentazione dei contatti tra i servizi della Commissione e le grandi piattaforme? Tutti gli scambi vengono archiviati sistematicamente? E la Commissione intende introdurre norme pubbliche e uniformi per rafforzare la fiducia nell’imparzialità del processo?

La risposta della Commissione: “Accuse infondate”.

Il 20 aprile, la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen ha risposto a nome della Commissione con toni fermi e uniformi su tutti e tre i fronti.

Sulle accuse americane, la risposta è senza appello: le allegazioni del Comitato giudiziario della Camera USA sono “infondamentate e prive di basi”. Il DSA, sottolinea Virkkunen, non stabilisce quali contenuti siano illegali, questa competenza appartiene al diritto nazionale e dell’UE , e la Commissione non ha il potere di ordinare la rimozione di contenuti leciti. Le decisioni di moderazione spettano alle piattaforme stesse, in base ai propri termini di servizio. Qualificare i normali scambi regolatori come tentativi di influenzare il dibattito politico, aggiunge la Commissione, “stravisa la natura del dialogo di regolamentazione”.

Sulla trasparenza, Virkkunen ricorda che il DSA obbliga le piattaforme a pubblicare le valutazioni dei rischi, le misure di attenuazione e i risultati degli audit. La Commissione, a sua volta, rende pubbliche tutte le principali decisioni di enforcement su un sito dedicato. Dal 2025, i funzionari con funzioni dirigenziali possono incontrare rappresentanti di interessi solo se registrati nel Registro per la trasparenza, con verbali pubblicati.

A riprova della funzione protettiva del DSA, la Commissione cita i numeri: quasi 50 milioni di decisioni di moderazione che limitavano contenuti o account degli utenti sono state ribaltate in soli due anni. E tra aprile 2024 e giugno 2025, Meta ha annullato quasi un terzo delle 68 milioni di decisioni contestate su Facebook e Instagram.

La Commissione ricorda infine di aver aperto, nell’aprile 2024, un’indagine proprio contro Meta per il sospetto declassamento di contenuti politici attraverso i sistemi algoritmici di raccomandazione , un dato che, secondo Bruxelles, dimostra l’opposto di quanto sostengono i critici: la Commissione non protegge le piattaforme da scrutinio, le mette sotto esame.

Il dibattito resta aperto.

Le risposte della Commissione chiudono formalmente il ciclo delle interrogazioni, ma difficilmente chiuderanno il dibattito. La tensione tra regolazione delle piattaforme, libertà di espressione e neutralità elettorale resta una delle più delicate dell’agenda europea e il fatto che sia un comitato del Congresso americano ad alimentare le accuse aggiunge una dimensione geopolitica che renderà difficile ignorare il dossier.

foto Aurore Belot Copyright: © European Union 2016 – Source : EP