6 Settembre 2026
Politica

Il Consiglio Regionale sardo delegittimato dai fatti: basta una manifestazione di Coldiretti per ottenere ciò che 60 consiglieri non riescono a fare

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel fatto che migliaia di agricoltori, allevatori e pescatori sardi abbiano dovuto scendere in piazza a Cagliari per strappare alla politica regionale impegni su dossier che giacevano irrisolti da mesi, se non da anni.

Pagamenti per le calamità naturali ancora bloccati, emergenza dermatite bovina senza risposta, trasporti delle merci nel caos, riforma del sistema idrico e delle agenzie regionali arenata in un pantano burocratico: non si tratta di questioni emerse ieri. Eppure i sessanta onorevoli del Consiglio Regionale della Sardegna, retribuiti, dotati di strutture, uffici e collaboratori (dei quali non sono pubblicati da anni i CV) non sono stati capaci – neanche a questo giro di legislatura – di affrontarle con puntualità, trasparenza e costanza le criticità presenti nel mondo delle campagne in Sardegna.

Ci ha pensato Coldiretti. Una manifestazione, qualche ora di pressione nelle strade del capoluogo, e improvvisamente la politica regionale “conferma impegni”. Spunta persino la promessa di una mozione sul codice doganale europeo, da portare in aula “a giorni”. Evidentemente i tempi dell’agenda politica si accorciano in modo inversamente proporzionale alla visibilità delle proteste.

L’audizione in commissione

Viene da chiedersi: a cosa serve un parlamento regionale che non riesce ad agire in autonomia sui grandi temi dello sviluppo isolano? Un’assemblea legislativa che si muove solo sotto la spinta della piazza, degli appetiti dei vari lobbysti nell’isola, non esercita la propria funzione: la subisce. E un’istituzione che si limita ad assestamenti di bilancio e manovre redistributive, distogliendo risorse pubbliche senza produrre riforma reale, non governa: gestisce il presente senza una visione del futuro.

Volendo restare sul tema, il comunicato odierno di Coldiretti Sardegna, nelle sue parole misurate, contiene una condanna implicita quanto inequivocabile: “Gli imprenditori agricoli non chiedono assistenzialismo ma condizioni per lavorare: una pubblica amministrazione efficiente, tempi certi nelle risposte e politiche che difendano davvero il reddito delle imprese”. Parole che suonano come un atto d’accusa diretto verso chi avrebbe dovuto garantire tutto questo senza aspettare che tremila persone invadessero il centro di Cagliari.

Il Consiglio Regionale sardo rimane obbligatorio per legge. Ma nei fatti, la sua autorevolezza è ormai delegittimata dalla cronaca quotidiana. Quando è un’associazione di categoria a dover supplire all’inerzia legislativa, il problema non è agricolo: è istituzionale.