16 Ottobre 2026
Sardegna

Il conflitto nel Golfo Persico gela le imprese italiane: fiducia ai minimi dal 2022

C’è una data che divide in due il primo trimestre del 2026: il 28 febbraio, giorno in cui è scoppiato il conflitto nel Golfo Persico. L’indagine della Banca d’Italia, condotta tra il 20 febbraio e il 18 marzo su 2.531 imprese con almeno 50 addetti, ha colto in tempo reale l’impatto dello shock geopolitico sul tessuto produttivo nazionale.

Il risultato è netto: tra le aziende intervistate prima dell’inizio delle operazioni militari, il saldo tra giudizi positivi e negativi sulla situazione economica generale si attestava a -16 punti. Dopo il 28 febbraio, è precipitato a -47 punti. Un crollo di entità paragonabile a quello registrato dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio del 2022.

Vendite in frenata, export sotto pressione.

La domanda totale si è quasi azzerata in tutti i comparti. Il saldo tra chi dichiara un aumento delle vendite e chi ne registra una contrazione è sceso a un soffio dallo zero (da 9 punti del trimestre precedente), con i servizi che passano da 13 a 2 punti e l’industria in senso stretto che scivola in territorio negativo, a -3.

Sul fronte export la situazione è ancora più preoccupante. Le attese sulle esportazioni si sono deteriorate marcatamente dopo lo scoppio del conflitto: nell’industria il saldo relativo alle prospettive sull’export è crollato da 26 a 7 punti; nei servizi da 21 a 6. Il rincaro del petrolio e l’incertezza politica hanno fatto il resto.

Investimenti: le condizioni peggiorano, ma i piani tengono.

Uno dei dati più sorprendenti del rapporto riguarda gli investimenti. Le condizioni percepite per investire sono crollate di 21 punti percentuali, toccando quota -30 e tra le imprese intervistate dopo il 28 febbraio il saldo ha raggiunto addirittura -42. Eppure i piani di spesa per il 2026 restano sostanzialmente invariati, sostenuti da una buona liquidità aziendale e da condizioni di accesso al credito percepite come stabili.

Fa eccezione l’industria in senso stretto, dove il saldo tra chi prevede di aumentare e chi di ridurre gli investimenti si è quasi azzerato. Tengono invece servizi e costruzioni, queste ultime parzialmente scudate dai flussi del PNRR, che continuano ad alimentare le aspettative delle imprese più esposte al Piano.

Occupazione: sorpresa positiva.

In controtendenza rispetto al clima generale, le attese sull’occupazione migliorano in tutti i settori. La quota di imprese che prevede un ampliamento della forza lavoro supera quella di chi ne anticipa una riduzione di 9 punti nell’industria, 15 nei servizi e 21 nelle costruzioni. Un segnale che, almeno sul mercato del lavoro, la resilienza del sistema produttivo italiano regge.

Intelligenza artificiale: adozione ancora timida.

L’indagine include quest’anno una sezione dedicata all’IA. Il quadro che emerge è quello di un Paese ancora in ritardo: solo il 3% delle imprese dichiara un utilizzo estensivo degli strumenti di intelligenza artificiale, mentre il 27% ne fa un uso limitato o moderato. L’adozione cresce al crescere delle dimensioni aziendali , raggiunge il 62% tra le imprese con oltre mille dipendenti , ed è più diffusa nei servizi che nell’industria manifatturiera.

Le principali barriere? La mancanza di competenze adeguate per chi già usa l’IA in modo parziale; la percezione di scarsa applicabilità al proprio business per chi invece non la usa affatto. Le grandi aziende che hanno fatto il salto preferiscono sviluppare soluzioni integrate (34%) o ricorrere a servizi esterni (22%), più che limitarsi all’acquisto di licenze commerciali.

Prezzi e inflazione: nessuna fiammata all’orizzonte.

Nonostante la fiammata delle materie prime energetiche legata al conflitto, le aspettative sui prezzi restano sorprendentemente contenute. La crescita dei listini negli ultimi 12 mesi è rimasta stabile: +1,8% nell’industria, +1,9% nei servizi, +3,4% nelle costruzioni. Per i prossimi 12 mesi le imprese prevedono aumenti moderati, ma segnalano che i margini si ridurranno, non trasferendo interamente sui prezzi finali l’aumento dei costi di produzione.

Le aspettative sull’inflazione al consumo, infine, restano ancorate sotto il 2% su tutti gli orizzonti: 1,6% a sei mesi, 1,7% a dodici, 1,8% a due anni e nel medio termine. Un ancoraggio che, in un contesto di crescente volatilità geopolitica, rappresenta forse il dato più rassicurante dell’intera rilevazione.

foto Mr No CC BY 3.0