Il caso Barbero e la censura algoritmica
Un video dello storico Alessandro Barbero , in cui l’accademico esprimeva valutazioni su un referendum nazionale , è stato oscurato da Meta con l’etichetta “Informazione falsa: esaminata da fact-checker di terze parti”. Il caso non è passato inosservato a Strasburgo, dove quattro eurodeputati del gruppo The Left hanno presentato un’interrogazione scritta alla Commissione europea, chiedendo se sia giunto il momento di rafforzare le tutele per i contenuti di rilevanza civica e accademica.
Per i firmatari dell’interrogazione , Gaetano Peduà, Carolina Morace, Mario Furore e Danilo Della Valle , l’episodio non è un caso isolato, ma il sintomo di una deriva più profonda: le piattaforme digitali che, attraverso sistemi di moderazione opachi, finiscono per limitare il dibattito pubblico su temi di interesse collettivo. Un problema che tocca direttamente i principi sanciti dall’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE che tutela la libertà di espressione e di informazione e gli obblighi di proporzionalità e tutela del pluralismo imposti dal Digital Services Act (DSA).
La risposta della Commissione.
La vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen, rispondendo il 13 maggio a nome della Commissione, ha difeso l’impianto normativo esistente senza però chiudere la porta a future revisioni. Il DSA, ha ricordato, già prevede strumenti di tutela per gli utenti i cui contenuti vengono rimossi o limitati: diritto a una motivazione, accesso a un sistema interno di reclamo e possibilità di ricorrere a organismi di risoluzione extragiudiziale delle controversie. Un meccanismo che, stando ai dati citati da Virkkunen, ha già prodotto risultati concreti: dal 2024 sono state revocate milioni di decisioni di moderazione.
Sul ruolo del fact-checking, la Commissione ha precisato che la collaborazione con verificatori indipendenti , purché operino secondo elevati standard etici e professionali , rappresenta uno degli strumenti legittimi a disposizione delle grandi piattaforme per contenere i rischi per il dibattito civico. Tutte le decisioni di moderazione basate su tale attività restano comunque soggette agli obblighi di trasparenza e ai meccanismi di ricorso previsti dal regolamento.
Non è una coincidenza che la Commissione abbia già avviato un procedimento nei confronti di Meta per la presunta declassazione di contenuti politici attraverso i sistemi di raccomandazione di Facebook e Instagram. Un segnale che Bruxelles non intende abbassare la guardia sulla questione della neutralità algoritmica.
Sul fronte più ampio della libertà accademica, la Commissione ha richiamato lo Scudo europeo per la democrazia, iniziativa che mira a rafforzare l’integrità dello spazio informativo nell’UE riaffermando esplicitamente l’impegno a tutela della ricerca e del sapere accademico.
La parola definitiva, tuttavia, è rinviata. Entro il 17 novembre 2027 la Commissione dovrà procedere a una valutazione complessiva del DSA, che includerà un esame specifico del suo impatto sul rispetto del diritto alla libertà di espressione e di informazione. Il caso Barbero, nel frattempo, resta un monito: quando l’algoritmo non distingue tra disinformazione e opinione accademica, è la democrazia a pagarne il prezzo.
foto Gerd Altmann da Pixabay.com
