9 Settembre 2026
Politica

Il 16 settembre torna il discorso sullo Stato dell’Unione: la solita liturgia di buoni propositi?

Mercoledì 16 settembre, nell’emiciclo di Strasburgo, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen pronuncerà il suo secondo discorso sullo Stato dell’Unione dalla rielezione del luglio 2024. Come da copione ormai consolidato, l’intervento sarà seguito dal consueto giro di dichiarazioni dei capigruppo, della presidenza di turno del Consiglio e degli eurodeputati.

Sulla carta, l’appuntamento dovrebbe rappresentare uno dei momenti clou dell’anno politico europeo: un bilancio di quanto fatto, un’ammissione delle lacune, la definizione delle priorità per i mesi a venire. Nella pratica, l’evento rischia ancora una volta di risolversi nell’ennesima rassegna di intenzioni sul “futuro dell’Europa”, un copione che si ripete pressoché identico da anni, con proclami roboanti destinati a lasciare il tempo che trovano.

I temi sul tavolo o , meglio, le solite promesse.

Con l’avvio dei negoziati sul prossimo bilancio pluriennale 2028-2034, il discorso ruoterà inevitabilmente attorno alla domanda delle domande: dove Bruxelles intende spendere e da dove intende reperire nuove risorse. Non a caso, è proprio sul fronte del bilancio , il vero terreno su cui si misura il potere reale dell’Unione , che si concentrerà buona parte dell’attenzione: competitività, occupazione, mercato unico, la roadmap “One Europe one market”, intelligenza artificiale, digitalizzazione. Tutti temi già sentiti, riproposti di anno in anno con formule diverse ma contenuti sostanzialmente identici.

Dopo un’altra estate di ondate di caldo estremo e incendi da record, i deputati dovrebbero interrogare la presidente sulle politiche climatiche e sulla solidarietà tra Stati membri , un tema su cui l’Unione fatica cronicamente a tradurre le dichiarazioni in azioni vincolanti. Non mancherà il capitolo sicurezza e difesa, con la guerra russa in Ucraina ancora aperta ai confini orientali dell’Unione, né quello della crisi energetica innescata dal conflitto tra la coalizione Usa-Israele e l’Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Tra i possibili argomenti figurano anche la diversificazione dei rapporti commerciali e il futuro, sempre rinviato, allargamento dell’Unione a Ucraina e Balcani occidentali.

Un rituale di accountability, o solo un rituale?

Ufficialmente, il dibattito che segue il discorso della presidente della Commissione rappresenta uno degli strumenti con cui il Parlamento europeo esercita il proprio controllo democratico sull’esecutivo comunitario, offrendo ai deputati l’occasione di scrutinare l’operato della Commissione sui dossier chiave. Ma proprio qui sta il paradosso che molti osservatori e cittadini contestano da tempo: il vero potere decisionale sui capitoli che contano , dal bilancio ai fondi, dalle regole di mercato ai trasferimenti tra Stati , resta saldamente nelle mani delle capitali e delle istituzioni tecniche, mentre il discorso sullo Stato dell’Unione finisce per ridursi a un esercizio retorico, un rituale annuale di parole sul “futuro comune” che raramente si traduce in decisioni concrete e vincolanti per i cittadini.

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